Piccolo cappello introduttivo, solo un cappellino con veletta. Il prof. Yehuda Bauer, preoccupato per una nuova ondata di antisemitismo provocata dalla visione cinematografica di un plotone di ebrei spaccateste molto vendicativi e molto molto incazzati si sbagliava.
Era in errore pure il mio adorato Gilad Atzmon che, recensendo "Bastardi senza gloria" di Quentin Tarantino (avendolo già visto o no?) pensava anch'egli di trovarsi di fronte all'epopea della Grande Vendetta Ebraica, addirittura ad un film anti-Olocasuto, e probabilmente voleva anche lui togliersi la soddisfazione di dare qualche bastonata in testa ai basterdi sionisti che popolano i suoi incubi.
Anch'io, nel mio little one, suggestionata da questi autorevoli scritti mi ero fatta trascinare in un discorso che non catturava assolutamente lo spirito del film.
Ora che l'ho visto posso finalmente inquadrarlo, nel suo più profondo significato, in ciò che veramente è: una figata.
"Bastardi senza gloria" è prima di tutto un film di Tarantino, quindi l'ennesimo capitolo della Grande Saga della Vendetta Cosmica ed Implacabile, il suo argomento preferito ed anche il nostro, a giudicare dal successo che raccolgono le sue opere. Chi non ha il coraggio di provare sentimenti di vendetta, consuma solo piatti caldi o si fa spaventare dall'esaltazione che dà la vendetta compiuta, non può amare il suo cinema. Non si tratta solo di vendette sanguinose, di donne che da sole sgominano e fanno a pezzi 88 folli in un'esaltante rivisitazione della preparazione del ragù. Jackie Brown compie la sua vendetta usando solo un'accuminatissima e cerebrale astuzia.
Tarantino scrive e dirige film, come è noto anche ai sassi, ma assomiglia più ad un compositore sinfonico d'altri tempi. Si potrebbe dire che la sinfonia, morta per la Musica, è risorta nel Cinema scegliendosi come autore di punta Quentin Van.
Nelle sue sinfonie, questa è la numero sette, ci sono echi, suggestioni, rimandi ad altri autori, esattamente come succedeva con Beethoven e più recentemente con Mahler. C'è la suddivisione in tempi: Allegro, Presto, Andante, Largo, che lui chiama Capitoli. Ogni capitolo ha una struttura a sé stante, un inizio ed una fine, esattamente come i tempi di una sinfonia.
"Inglorious basterds" inizia con un lunghissimo Adagio, quasi un adagietto, ambientato in una improbabile campagna francese abitata da contadini ebrei (!!) dove arriva uno dei più straordinari personaggi visti di recente sullo schermo, il colonnello Landa interpretato dall'austriaco Christoph Waltz, uno che di Oscar dovrebbe riempirne uno scaffale, anche solo per come sa padroneggiare tutte le lingue in cui è parlato il film e per la tensione che riesce a creare nelle sue scene. Alla fine ci si domanda pure se il vero bastardo del film non sia proprio solo lui e gli altri solo un abile e fracassone depistaggio, il teaser dentro il film.
L'Allegro che introduce i "basterdi" e le loro sanguinose imprese, con l'Orso Ebreo di Eli Roth che fa un'entrata da "commendatore" mozartiano, è seguito da un altro Andante che ci presenta la Vendicatrice, la Regina della Notte Shoshanna ed il suo grande masterplan di far secco tutto l'ambaradan nazista rinchiudendolo in un cinema da sacrificare allo scopo. Der Hölle Rache. Meraviglie del nitrato d'argento. L'immaginazione contro il potere. Il cinema lanciato a bomba contro l'ingiustizia. Un momento di studiata e scientificamente pianificata anarchia.
Questo sontuoso finale, che giunge dopo intermezzi vari, quartetti, duetti, recitativi, è un allegro con fuoco (nel vero senso della parola) altrettanto esaltante delle cannonate dell'ouverture 1812 di Chaikovsky (ve la ricordate, en passant, in "V per Vendetta"?) e dominato dalla meravigliosa immagine della Faccia Gigante. Un momento cinematograficamente esaltante ma non solo.
La vendetta ebraica, già. Chi più degli ebrei avrebbe voluto vendicarsi dei nazisti? Anche se i tempi storici non quadrano e ci sono altre incongruenze - è solo un film, un sogno, non dimentichiamolo mai, non saremo mai grati abbastanza a Tarantino per averci regalato la fantasia di chiudere tutti i bastardi (quelli veri) che commettono atrocità in una stanza e farli fuori a bastonate.
Lo so, è volgare, è pornografico, di fronte alla rocciosa nobiltà del Colonello Von Stauffenberg di Tom Cruise che vive il regicidio con raffinata sofferenza, l'Orso Ebreo (our man) che massacra hardcore Hitler con la mazza da baseball, splat splat. E' volgare ma è ciò che tutti abbiamo sognato di fare, figuriamoci gli ebrei. In fondo è una cosa vecchia come il mondo. Quanno ce vo' ce vo'. Le rivoluzioni non si fanno in guanti gialli. "Massacra il dittatore" è un gioco serio, altro che "Carmageddon".
Tarantino, per la sua prima fantasia in costume, da perfetto filologo che non ha paura di sporcarsi il grembiulino con la cultura europea, alta o pop non importa, non pesca solo nel cinema thriller tedesco e nel solito immenso repertorio italiano ma addirittura nel cast del "Commissario Rex". Evvai. Christoph Waltz interpretò un inquietante serial killer nell'episodio "Der Puppenmorder" della terza serie (ecco dove l'avevo visto!) e nel plotone dei basterdi c'è addirittura il secondo poliziotto-padrone di Rex, Gedeon Burkhard.
Ecco uno che non ha paura dei critici con la merda sotto il naso che "ohibò il cinema di serie B, la te-le-vi-sio-neee!"
La scelta delle musiche per la colonna sonora è come al solito piacevolissimamente spiazzante. Fin dalla musica dell'inizio, quel "Green Leaves of Summer" che mi è schizzato fuori dalla memoria rimuovendo un tappo vecchio di almeno quarant'anni. Da qualche parte in cantina ne devo avere ancora il 45 giri.
Il mio compagno mi ha fatto notare il tema di "La battaglia di Algeri" e di altri film italiani ed ho ritrovato con piacere il David Bowie di "Puttin' out fire" ("with gasoliiine") in arrivo direttamente sul binario degli anni 80.
I film di Quentin non sono solo cinema ma una seduta psicoanalitica con il paziente che ti inonda di libere associazioni.
Delizioso anche il cameo di Michael Myers e il tocco di genio della scena della scarpetta di Cenerentola, omaggio al notorio feticismo tarantiniano per il piede femminile.
Femmine tutta testa, anche in questo film. Bellissime e fatali ma con un sacco di cose da dire e da raccontare. Donne che se la giocano alla pari con l'uomo ed agiscono. Vi sembra poco, in un mondo di ragazze immagine tutta fica e niente cervello addestrate a cantare in coro "meno male che Papi c'è?"
Non so se questo è il capolavoro di Tarantino, come egli fa dire al suo alter ego Aldo Pitt dopo che ha appena "tatuato" di coltello il nazista ma, se non lo è, è un'ottima imitazione.
Insomma Quentin, se non l'hai ancora capito, ti amo. Fai dei miei piedi ciò che vuoi.
venerdì 4 dicembre 2009
Il cinema sinfonico di Quentin Tarantino
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domenica 22 marzo 2009
Dieci anni senza Kubrick. Embé?
Ho cercato tracce commemorative sui siti web dei tre TG RAI , nel caso mi fossi persa qualcosa in televisione. Cercando sul sito del TG1 "Kubrick" non salta fuori niente, in compenso vi sono servizi sui 50 anni della Barbie, i 60 di Venditti, la donna vampiro (!) e la Fiera del Lusso di Vicenza. Sul sito del TG2 non c'è nemmeno il tasto "cerca" e su quello del TG3 calerei un bel velo pietoso.
Cosa sta accadendo ad un paese come il nostro che dimentica di celebrare una ricorrenza culturale fondamentale come la morte di un genio?
Su uno degli ultimi numeri di FilmTV c'era un articolo che parlava di Kubrick e del suo ultimo film "Eyes Wide Shut" che si chiude, come nella migliore tradizione dell'autore, con un finale enigmatico o comunque abbastanza originale e sorprendente da dare adito ad una sequela di interpretazioni.
Non so se ricordate la scena. Cruise e Kidman stano cercando di rimettere insieme i bambocci rotti della loro unione. Sono in un grande magazzino, nel reparto giocattoli, e parlano tra di loro. Kidman alla fine dice: "C'è una cosa che dobbiamo fare, comunque, il più presto possibile". Pausa. "Scopare". Il che suona come un sonoro pernacchio all'indirizzo di tutto lo psicanalismo e il cerebralismo delle due ore precedenti, con i protagonisti che si torturavano a vicenda sulla base di sogni, incubi, visioni, sensi di colpa, rose non colte, tentazioni e rimorsi. Nei fatti amorosi una bella scopata è più terapeutica di un anno di psicoanalista e questo Kubrick lo sapeva benissimo.
L'autore dell'articolo di FilmTV osserva però che, in originale, la parola pronunciata da Nicole è "Fuck", che significa scopare ma anche vaffanculo. Secondo la sua interpretazione, Kubrick ha voluto ironicamente (era un gran burlone) mandarci tutti affanculo con un ultimo sberleffo.
Alla luce dell'indifferenza nei confronti dell'anniversario della sua scomparsa, mi sento di essere d'accordo con l'ipotesi, per lo meno in ambito italiano.
Non vi manca Kubrick? Non pensate sia una perdita irreparabile il fatto che non farà mai più film? E allora andatevene tutti affanculo.
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venerdì 26 dicembre 2008
Kolosimo Jones e la maledizione dei marrons glacés di cristallo
E' in queste condizioni che vidi l'ultimo Indiana Jones l'estate scorsa in montagna.
Il titolo si intonava molto bene con gli scarponi da trekking e con il clima da sala parrocchiale.
Che dire, sono quei film che ti danno la sensazione che siano stati girati inserendo il regista automatico e che alla fine ti strappano un agghiacciante "bellino, va'!"
Buona l'introduzione del personaggio, con l'inconfondibile cappello e l'ombra proiettata sull'auto ma purtroppo l'effetto originalità dura poco perchè ti cadono i marrons glacés quando capisci che la mitica e ultramegasegreta Area 51 può essere presa, in pieni anni cinquanta, da quattro russi da fumetto con quattro pistolettate e un paio di barbe finte, più Cate Blanchett in versione Ninotchka.
Nel prosieguo dell'avventura, come in un puntatone di Voyager, c'era tutta la mitologia dell'archeologia spaziale, dalle piste di Nazca ai teschi di cristallo. Mancava solo l'uomo spaziale di Palenque e l'esplosione di Tunguska. Kolosimo Jones, insomma.
Una pacchia per noi quasi cinquantenni venuti su a pane ed UFO ma cosa ci avranno capito i ragazzini che dieci anni fa erano troppo piccoli per Mulder e Scully?
Harrison, poveretto, fa fin troppo, data l'età. Però non perdono assolutamente a Spielberg il disco volante che alla fine se ne riparte venendo su da sottoterra (visto già in almeno quarantasette film compreso il primo lungometraggio di X-Files) e il matrimonio riparatore finale dell'eroe con la ex-bella del primo episodio.
Capisco voler uccidere definitivamente il personaggio ma così è troppo, roba da tribunale dell'Aja. Vuoi mettere uno che inforca il cappellaccio e se ne riparte con un Rhettbutleriano "francamente me ne infischio" di mogli e figli "de Elvis" spaccamaroni, andando magari a riprendersi la Cate nella jungla per una sveltina stile "dove eravamo rimasti?"
Ma si, avete ragione, non ha più l'età, meglio l'altare. Che tristezza, però.
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lunedì 15 dicembre 2008
Tanticchia sòla
sola (sòla) s.f.
RE centromerid. Sinonimi FO pacco gerg. AU bidone gerg. AD truffa CO bidonata gerg. , imbroglio, raggiro, fregatura.
A distanza di una mesata dalla visione di "Quantum of Solace" non sono ancora riuscita a rivalutarlo da quella colossale sòla che mi è parso.
L'anno scorso l'avvento di Daniel Craig come nuova incarnazione di Bond era parsa una gran bella trovata. Ironico, sanguigno, strafottente ma anche umano fino al punto di prendersi una colossale scuffia per la strafiga di classe Eva Green senza vergognarsi di esternare i propri sentimenti.
Un Bond che nel finale imbracciava il pistolone e sparava la famosa frase "My name is Bond, James Bond", con la spietatezza di un Ispettore Callaghan, facendo presagire sfracelli nell'inevitabile seguito.
Ora che il seguito l'abbiamo visto, che dobbiamo dire? La trama di "Casino Royale" era avvincente, il film funzionava come ritmo, bilanciando scene d'azione e momenti di pura sceneggiatura basata su dialoghi ben scritti. Il cattivo era intrigante, quasi altrettanto fascinoso del suo rivale, l'esotismo era ben contenuto e funzionale alla storia. C'erano momenti fortemente ironici e, come ho avuto modo di far notare, persino echi tarantiniani.
"Quantum of solace" non è niente di tutto ciò. Bond è in piena elaborazione del lutto per la morte di Vesper, e va bene, siamo comprensivi. Però si poteva far durare la depressione non più di un tempo cinematografico.
Oppure tanto valeva ammettere che le svergate sui gioielli di famiglia subite in "Casino Royale" avevano fatto più danno del previsto.
In questo film Bond è più casto di un Formigoni d'annata. Appena un accenno ad una scopatina con una delle Bond girl più sciape di tutti i tempi, quella rossocrinita. Con la Bond girl principale, una brunetta che assomiglia straordinariamente alla Carfagna, niente, solo un bacetto a fine corsa.
Se il vecchio Bond di Sean Connery è un miracolo non sia morto di AIDS perchè si trombava tutto ciò che respirava ed era di sesso femminile nel raggio di venti chilometri, il Bond di Craig sembra sotto tutela da parte di una fidanzata gelosa.
Decisamente, se l'anno scorso avevamo perso in tante la testa per il fascinoso Craig, quest'anno, guardandolo amminchiarsi nel ricordo della povera Vesper e catafottersi giù dai tetti come Wile Coyote, almeno a me ha lasciato totalmente indifferente. Come quando il dentista ti fa la tronculare per canalizzarti il molare. Niente, orgasmogramma piatto.
Anche la consegna di tenere per quasi due ore il broncio, come se Bond fosse stato colpito da una paralisi del settimo, fa la sua parte. Craig non è solo un bonazzo, è un ottimo attore ma va lasciato libero di usare le espressioni facciali. Altrimenti diventa un baccalà. Affascinante ma baccalà.
La trama di "Quantum of solace" (che razza di titolo è questo?) è un dettaglio. La storia si perde senza mai prendere vita tra troppi inseguimenti di macchine, che ormai hanno stracciato i cabbasisi, lotte corpo a corpo da cartone animato dove al massimo ci si sgualcisce la giacchetta, i salti da un tetto all'altro con sbattimenti contro legno, acciaio, pietra senza che nessuno si torca un capello, mentre per molto meno, nella realtà, si celebrano funerali.
Troppe corse per minuti e minuti senza nemmeno un poco di fiatone, inutili le cartoline dal Palio di Siena e dalle cave di Carrara (forse un omaggio all'espressione marmorea di Bond per tutto il film?) e un eccesso di esotismo a tutti i i costi.
Delle Bond girl, una e due, abbiamo detto. Trascurabili. Il cattivo Mathieu Amalric è un succedaneo, un cattivello, un cattivuccio da quattro soldi. Peccato perchè l'attore francese è capace di ben altre corde.
M ha rotto le palle con l'essere incazzata con Bond per tutto il film. Lo licenzi e basta. C'è sempre Scaramella, da mettere al suo posto.
Caliamo un velo pietoso sugli attori italiani coinvolti nel pasticciaccio brutto. Giannini finisce nel cassonetto ed è la giusta fine per un personaggio inutile come il suo. Quando ho visto Lucrezia Lante della Rovere ho seriamente temuto che saltasse fuori anche Luca Barbareschi. Per fortuna l'abbiamo scampata.
Non si salvano nemmeno la sigla iniziale e la canzone del film. Fanno obiettivamente cagare.
Se proprio deve continuare l'Era Craig sarà meglio, per il prossimo film, che Bond ritorni quello che era: un cinico ed insopportabile maschilista come Connery. Altrimenti, per provare qualche brivido erotico, noi spettatrici saremmo costrette a continuare a preferire Montalbano.
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mercoledì 10 dicembre 2008
La notte delle montagne spezzate di dietro
Io mi rifiuto da anni di vedere film in TV tranciati con la motosega ma immagino cosa potranno aver capito gli spettatori che lo vedevano per la prima volta del film "Brokeback Mountain" evirato delle scene che fanno capire la vera natura del rapporto tra i due protagonisti.
Io vidi il film l'anno scorso e non mi entusiasmò più di tanto. Più avanti spiego perchè.
Sostituendomi al servizio pubblico, visto che la RAI ha tagliato i fondamentali, ricapitolo la trama per gli ignoranti (in senso buono, che ignorano), aggiungendo la descrizione delle scene tagliate.
Due rudi cowboy si trovano da soli su un monte a badare ad un branco di pecore. Prima fanno i duri e puri e poi, complici la natura e la bellezza dei due, che succede? (scena tagliata: Ennis va al sodo con Jack, e lo fa suo piuttosto sbrigativamente. La scena è doverosamente brutale, visto che non stiamo guardando Candy Candy, ma non si vede assolutamente niente al di sotto del busto.)
Ennis è uno di quelli che, dopo essersi abbuffati, si fanno venire la nausea al momento del conto. E' evidente che l'altro, Jack Twist, quello innamorato, sarà destinato a soffrire tutta la vita. Non a caso noi donne ci identifichiamo in lui dal primo istante.
Finita la stagione del pascolo i due si salutano e adios, non prima che Ennis abbia raccomandato all'amico di non raccontare a nessuno quello che è successo tra le fresche frasche, non si sa mai. Che abbia studiato dai preti?
Tornato all'ovile, è proprio il caso di dirlo, Ennis si sposa una sciacquetta che in tre secondi netti gli scodella due marmocchie petulanti. (Chissà se hanno tagliato anche la scena dove il maritino rigira la mogliettina alla maniera delle pecorine di montagna?)
Dal canto suo a Jack va un tantino meglio. Almeno la sua altrettanto insulsa moglie è ricca, o meglio lo è il suocero.
Un giorno Jack si rifà vivo con Ennis e sono di nuovo dolci baci e languide carezze sotto il portico, con la mogliettina che occhieggia basita dalla finestra. (Questa è una delle scene più belle del film, che mi dicono avere tagliato di netto. Un bacio appassionato e molto realistico tra Heath e Jake.) Tagliando il bacio non si sarà capito il perchè della faccia della moglie, immagino. Sarà diventato un momento surreale alla Buñuel.
Da quel momento i due, con la scusa di andare a pescare, si incontreranno periodicamente sulla montagna galeotta. Per vent'anni.
Tra divorzi, mamme che imbiancano e figli che crescono e nonostante abbia provato a rifarsi una vita con un altro casalingo disperato, il cuore di Jack però è sempre rimasto con Ennis a Brokeback Mountain. Ad ogni incontro, ogni offerta di Jack di sfidare le convenzioni e andare a vivere insieme viene rifiutata dall'altro tutto di un pezzo, che non vuole che il paese mormori ma preferisce vivere nell'ipocrisia del "toccami Cecco, mamma Cecco mi tocca". Anzi, affinchè suocera intenda, racconta di quando, da piccolo, assistette allo scempio di un gay del luogo, ucciso dai veri maschi del luogo con modalità efferate.
Come da manuale hollywoodiano, non può mancare il finale tragico, i rimorsi tardivi, le lacrime da coccodrillo e la camicia dell'amato che diventa la reliquia dell'amore impossibile, pateticamente appesa sulla gruccetta di fil di ferro. Un momentino trash, se vogliamo.
Il film a suo tempo mi ha deluso, come dicevo, perchè è piuttosto lento, noiosetto e scontato, con molto National Geographic e Marlboro Man e con una sceneggiatura dai dialoghi a volte involontariamente ridicoli. E poi soprattutto perchè in fondo fa il gioco di chi vuole colpevolizzare l'omosessualità.
Io avrei avuto più coraggio di Ang Lee, avrei fatto una cosa tipo "Thelma e Louise," con Ennis e Jack che lasciano le rispettive stronzissime mogli con un "hasta la vista baby" e scappano lontano andando a spassarsela allegramente non solo in montagna ma anche al mare, in campagna e in città, trombando beati come ricci. Con un finale dove, passando dalla Spagna, si sposano e invecchiano felici finchè uno non muore nelle braccia dell'altro.
Ora pensate. Hanno preso un film che non premia la gaiezza ma la rende scelta tragica come sempre e dove chi ama muore e se ne sono fatti spavento. Hanno temuto che qualche vero maschio italico potesse deviare dalla retta vita della gnocca e potesse bagnarsi in sogno pensando a Heath e Jake. Hanno chiamato Facciadicuoio e lo hanno fatto divertire con la motosega. Come sempre si considera più accettabile la violenza della censura della forza rivoluzionaria del sesso.
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venerdì 27 giugno 2008
Ci vediamo all'osteria, al numero venti
E' passato un po' in sordina la scorsa estate ma è recuperabile in DVD, "Denti", storia di una signorina che ha un modo tutto suo di stringere conoscenza con gli uomini che gli capita di incontrare. Un film ferocemente disapprovato dai peni e scansato dai ginecologi ma consigliato dall'Associazione Medici Dentisti Italiani. E' l'unica categoria che, alla visione, non viene colta dall'angoscia di castrazione. "Pensa", fantasticano, "un mondo di guadagni raddoppiati, con tutti quei denti, a mille euro ogni cura..."
La vagina dentata è un mito antichissimo che funziona sempre, soprattuto a livello catartico se inserito nel genere cinematografico rape and revenge (se pensiamo a cosa avrebbe combinato la Zoe di "L'angelo della vendetta" di Abel Ferrara con un'attrezzatura odontoginecologica del genere, vengono i brividi cinefili) e che ha perfino ispirato una certa oggettistica nata con il lodevole intento di scongiurare gli stupri.
Per fortuna il film non si prende troppo sul serio e non picchia solo sul tasto dell'horror, anche se qualunque maschio non esce sicuramente indenne dalla sua visione. Uno slogan perfetto per il film sarebbe stato "non adatto ai peni impressionabili".
Diretto dal figlio del noto pittore pop americano Liechtenstein, questa operina senza troppe pretese ma riuscita, recupera in un certo senso lo spirito anarchico-goliardico di Russ Meyer e l'umorismo associato al sesso di "Gola profonda". Quando compare il rottweiler poi, si sente perfino la mano di John Waters.
Il tono ironico serve intelligentemente a sdrammatizzare l'impatto decisamente tagliente dell'argomento. L'inquietudine è affidata alle torri di una centrale nucleare sita nei pressi della casa della protagonista. Colpevoli delle mutazioni?
A proposito di freaks cinematografici. Se la Sposa di
Se una quattordicenne, una lupetto rosso con i geni di cotali genitori avesse tra le mani un pedofilo da tenere sequestrato per un intero pomeriggio, cosa mai potrebbe farne? A voi il gusto di scoprirlo ma, se siete maschi, astenetevi se avete appena visto "Denti". Per il vostro pene sarebbe decisamente troppo.
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Barbara Tampieri
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domenica 15 giugno 2008
Evviva il paraculone
A me Michael Moore piace, come il Crodino. E' un paraculone ma gli argomenti che tratta sono troppo importanti per farseli sfuggire. A volte i suoi discorsi mireranno un po’ troppo alla nostra pancia, è vero ma sul fatto che gli americani siano ostaggio delle lobby delle armi, che la famiglia Bush sia sempre stata in affari con loschi individui sauditi e non e che un americano disoccupato rischi di doversi vendere la casa e forse anche le terga per potersi permettere un intervento chirurgico, non ci piove.Mi deluse un po’ con “Fahrenheit 911”, solo perché non ebbe il coraggio di andare fino in fondo nel ragionamento sull’11 settembre (e per questo dico che è paraculone) ma anche lì la scena disgustosa di Wolfowitz che ciuccia il pettinino e l’espressione da encefalogramma piatto ma da gatto con il sorcio in bocca di Bush nella scuola della Florida valevano da sole i soldi del biglietto.
Oggi ho visto"Sicko", il suo ultimo film, e non mi vergogno di dire che alla fine mi sono commossa fino alle lacrime.
Sappiamo tutti che la sanità americana è qualcosa di osceno ma non se ne impara mai abbastanza.
Una decina di anni fa quando a causa di un virus ebbi la neurite ottica e tutta una serie di gravi problemi neurologici, per fortuna poi risolti, nell’incertezza della diagnosi e nell’angoscia di sapere se la mia malattia era guaribile o no frequentai parecchi forum americani su Internet, offerti da Istituti Medici Universitari. I pazienti esponevano i loro casi e i medici rispondevano.
Capitava anche di chattare tra di noi. Rimasi letteralmente di merda quando, in un forum di oculistica, una ragazza mi disse che avrebbe potuto curare la sua cecità progressiva grazie ad un intervento, che però costava 200.000 dollari, che lei non aveva. Ancora oggi questo pensiero, di qualcuno che forse non potrà più vedere perché non ha 200.000 fottutissimi dollari, mi fa impazzire. La trovo una cosa abnorme, di una ingiustizia siderale.
Altri malati, affetti da sclerosi multipla, mi raccontavano che spesso la loro diagnosi veniva nascosta alle loro compagnie assicurative perché altrimenti esse avrebbero ritirato la copertura. Si può capire perché: la sclerosi multipla è una malattia a tutt’oggi inguaribile, altamente invalidante e i farmaci utilizzati per il suo contenimento, come l’interferon-beta, sono carissimi. Aumenta il rischio e le assicurazioni si tirano indietro, lo sappiamo anche noi. Io stessa, quando fui ricoverata in neurologia per gli esami e la risonanza magnetica (tutto gratis), mi sentii dire in seguito dalla banca che l’assicurazione sui ricoveri offerta ai clienti non prevedeva un rimborso per le degenze nel reparto neurologia. Un’appendicite passi, ma una lesione neurologica magari permanente no.
Tornando ai forum americani, ricordo che ogniqualvolta dicevo che da noi le cure erano pressocchè gratuite si scatenava l’incredulità e anche quel senso di invidia che ben trasmette Moore nel suo film. Tutti a dire quanto ero fortunata e quanto loro trovassero ingiusta la loro condizione di dover dipendere dalle paturnie delle compagnie assicurative e da una sanità per principio a pagamento.
Ho letto in questi giorni le patetiche, a mio parere, difese dei tanti volontari della libertà autolaureatisi in quattro e quattr’otto avvocati difensori per partito preso del sistema sanitario americano. Quello che non ho letto da nessuna parte è l’ammissione che quel sistema è sbagliato perché semplicemente esula da un principio fondamentale di giustizia sociale: che la salute è un diritto, non un bene di consumo. E’ un problema di mentalità. Loro ti dicono che ci sono polizze che ti offrono servizi ben migliori dei nostri. Grazie al cazzo, se pago è ovvio, ma se perdo il lavoro per qualsiasi motivo, e può non essere colpa mia, negli USA perdo anche la copertura assicurativa. Dicono che c'è comunque un' assistenza gratuita per i "bisognosi" (Dio che nervi quando li definiscono così!) e che Moore è un cacciaballe.
Cercando l’immagine di Sicko da postare sono capitata per caso nel blog di questo ragazzo americano . Sentite cosa dice:
“Sono stato fortunato nella mia vita per aver sempre avuto qualche tipo di copertura assicurativa. Per un paio di interventi, l’assicurazione di mia madre coprì quasi per intero i costi.Sono pensieri difficili da capire per noi, che se ci sentiamo male godiamo sempre e comunque di un servizio di intervento gratuito e che se dobbiamo subire un'operazione nessuno ci chiede se possiamo pagarlo. Nessuno nega che esistano la mala sanità, l’incompetenza e la sporcizia in alcune realtà di sanità pubblica ma il principio è salvo. La salute è un diritto. Le tasse che paghiamo permettono ai malati, tra i quali ogni tanto ci siamo anche noi, di essere curati
La sola volta che rimasi scoperto fu quando mi trasferii a Dallas ed ero disoccupato in cerca di lavoro. Una volta trovatolo e ritornato in possesso di un’assicurazione sanitaria andai dal medico per un check-up e lui mi disse che non dovevo pagare nulla per gli esami, tranne 20 dollari per una specie di ticket. Un paio di mesi dopo ricevetti un conto di circa 400 dollari. Ero scioccato perché un mio amico aveva fatto gli stessi identici esami del sangue, nello stesso ospedale e presso lo stesso dottore e aveva pagato solo i 20 dollari.
Ho sempre pensato che se mi fossi ammalato seriamente nella vita avrei avuto una buona copertura assicurativa. Ora non ne sono più tanto certo. Sto pensando di trasferirmi in un paese dove c’è un servizio sanitario nazionale, così dovrei preoccuparmi di meno.”
Il farmaco che Michael paga 120 dollari in USA, a Cuba costa 5 centesimi perché così dev’essere ma gli avvocati della sanità del libero mercato si farebbero tagliare le palle, pur di ammetterlo.
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Barbara Tampieri
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L'unico modo per farmi passare la fame
Riassumo il succo del film per chi non lo avesse ancora visto.
Cosa succede ad un uomo giovane e sano se si nutre per trenta giorni e tre volte al giorno solo con menu McDonald's rigorosamente megaporzionati, così popolari tra gli adolescenti americani? Semplice: ingrassa 11 chili, diventa depresso, dipendente dal cibo spazzatura, semi-impotente e con un fegato ridotto a paté.
Con Morgan Spurlock, l'autore del film, nella parte della cavia. Girando l'America dei fast-foods con lui scopriamo che ciò che pensavamo fossero solo leggende metropolitane sul cibo-spazzatura e sulla tipica dieta americana corrispondono purtroppo al vero e non si tratta solo di trovare un capello nel vostro hamburger!
Tra le cose allo stesso tempo incredibili e agghiaccianti descritte nel film, una coppia racconta come sia normale per loro bersi dai 6 agli 8 litri di coca cola al giorno.
La città di Houston in Texas ha il record degli abitanti obesi. Milioni di americani mangiano dalle tre alle quattro volte alla settimana nei fast-foods.
Un giro nelle mense scolastiche ci mostra ragazzini che ingurgitano schifezze ipercaloriche e bevono gatorade (uno degli intrugli più schifosi mai realizzati da mente umana dopo RedBull) come fosse acqua fresca, e pensare che è più pesante da digerire del piombo fuso.
I piccoli americani conoscono tutti e sono affascinati dal clown che reclamizza McDonald's. Nota inquietante, anche un famigerato serial killer pedofilo, John Wayne Gacy usava travestirsi da clown per attrarre le sue piccole vittime. Io, fossi McDonald's avrei cambiato testimonial da un pezzo ma forse lo fanno per intonarsi ad un'alimentazione assassina.
Scopriamo che il cibo dà dipendenza quanto l'eroina: il naloxone, farmaco anti-overdose da pronto soccorso, è in grado di produrre indifferenza al cioccolato in persone che ne abusano.
Il formaggio è ricco di endorfine, l'eccesso di consumo di zucchero è notoriamente legato all'aumento dell'aggressività. Forse è qui la risposta alla domanda che Michael Moore si faceva in "Bowling a Columbine", sul perchè solo in America vi sono 40.000 omicidi per armi da fuoco all'anno?
Alla fine del film si rimane disgustati per come una nazione possa incitare ad un comportamento così totalmente patologico nei confronti del cibo, produrre milioni di obesi gravi e poi tormentarli dalla mattina alla sera con immagini di "magro è bello, magro è sano".
Lo so che è banale dare la colpa alla bulimia da dollari delle corporations, dire che lo fanno solo per avidità e che non gliene frega un cazzo delle persone, ma sinceramente non si riesce a trovare altra spiegazione razionale.
Una nota positiva. Morgan ha riacquistato il suo peso forma con una sana dieta mediterranea e, in seguito al clamore suscitato dal successo del film, la McDonald's ha ritirato dai suoi ristoranti le porzioni "super size" che hanno rischiato di mandare l'autore-regista all'altro mondo.
Come sapete da qualche tempo sto sviluppando un odio patologico nei confronti delle diete e dei dietologi.
Ieri per disgrazia sono capitata su un programma tv dove dicevano che a metà pomeriggio dovrei mangiarmi una mastella (!) di macedonia e un finocchio intero crudo.
Dopo aver fantasticato di sodomizzare lo spiritoso dietologo tv con altri ortaggi più adatti all'uopo, come il carciofo sardo con le spine, ho pensato che è proprio vero che è tutta questione di percezione.
Perchè soffrire con diete e regimi o l'odiatissimo "moto", la stupidissima corsa che dovremmo trovare la forza di fare dopo otto ore e passa di lavoro e senza nemmeno l'ausilio di una righina di coca.
Noi ci crediamo grassi ma basta guardare gli americani e diventiamo subito magrissimi. Guardiamo "Super Size Me" e ci passa la voglia di mangiare. Stando comodamente seduti sul divano davanti alla TV.
La mia è una nuova rivoluzionaria teoria filosofica, il relativismo alimentare.
Qui il film integrale, in inglese. Nel sito trovate anche un mucchio di altri documentari da guardare gratis.
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Il cinema, il cinema ribelle
E' l'effetto che mi ha fatto "Leoni per agnelli" di Robert Redford.
Redford magari non ha il coraggio di gridare in faccia quel vaffanculo alla classe dirigente della quale racconta in questo film i misfatti perchè è un signore ma usa comunque allusioni sottili, e un finale che è peggio di una rasoiata che ti porta via l'orecchio.
E' un film in parallelo. Due soldatini volontari (metaforicamente rappresentati dal nero e dall'ispanico) mandati al macello, un giovane senatore 'rrampante con il cuore in pelle di coccodrillo che finisce per credere alle balle che racconta; una giornalista come non se ne fanno più, con i neuroni che si accendono di luce propria e che perlamadonna producono domande! che intervista il senatore per la sua rete televisiva; un professore socratico che cerca di risvegliare lo studentello brillante ma svogliato, quello capace in potenza di grandi cose, "che potrebbe fare di più" ma che ne ha per il cazzo. C'è un America da ricostruire (anche una sinistra?) e bisogna darsi da fare con il materiale che si ha a disposizione.
Qual'è la tesi di fondo del film? Questa guerra, queste guerre, venute dopo l'11
Il grande impero militare americano manda ancora i soldatini allo sbaraglio come nel Vietnam. "Mi sembra militarese per esca" fa notare la Streep al senatore Cruise quando lui spaccia la trovata di mandare piccoli gruppi di militari in mezzo ai talebani in cima ad una montagna come una grande campagna risolutiva della guerra. Campagna studiata a tavolino a Washington da gente che al massimo può rischiare la pelle scivolando nella doccia e che è specializzata nel mandare gli altri a morire per i suoi porci interessi. Quegli altri che riescono ad essere comunque eroi, i leoni del titolo, appunto.
Il duello dialettico tra Streep e Cruise è il pezzo chiave del puzzle, quello che mette a nudo il ruolo della politica e della stampa come complici nel trascinare il destino dei popoli nel baratro della guerra. E' solo quando i due agiscono in sinergia che il trucco funziona alla meraviglia.
"Quand'è che siete diventati così?" chiede Cruise ironicamente alla sua interlocutrice, intendendo "così bravi a bervi qualunque balla".
"Eravamo stati attaccati, c'erano i ragazzi impegnati al fronte", è la giustificazione che dà la Streep e che chiunque darebbe, in certe condizioni e soprattutto essendo americano. Facile pensare che se i leoni venissero a sapere fino a che punto gli agnelli li hanno raggirati non tarderebbero a sbranarli senza pietà.
Quando Meryl torna in redazione e parla al suo capo dell'intervista realizzata con il senatore, delle sue perplessità e dice "non possiamo riportare automaticamente tutto ciò che il governo ci dice", Redford ci mostra un'America ancora disperatamente aggrappata ai valori democratici, che però forse non resisterà alle logiche della scelta dei titoli delle breaking news.
Credo che questo film mi stia scavando dentro perchè, anche se parla dell'America, della guerra in Afghanistan, dell'eroismo dei marines, della patria e dei media a stelle e strisce è un film che riguarda l'Italia e quello che è diventata da noi l'informazione.
In quale buco nero è scomparsa la nostra stampa? Dove sono finiti i giornalisti che facevano le domande e mettevano in buca il potente intervistato, come faceva la buonanima dell'Oriana ai vecchi tempi? Che direbbero "no, questo non lo posso scrivere"?
Potremmo chiederci dove sono finiti i giornalisti e basta, sostituiti da una razza di reggitori di code e microfoni, con la testa che fa si-si come i cagnolini a molla delle automobili anni '60. Cagnolini da riporto di balle preconfezionate.
A questo punto immagini lo stesso film ambientato in Italia. Una giornalista entra nello studio del senatore per intervistarlo. Si sdraia a pelle di leone o si inginocchia e a questo punto non riesci ad immaginare altro, come seguito, che un film porno.
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domenica 11 maggio 2008
Espiazione di una povera spettatrice
Ammazza che siluro m'ha tirato Joe Wright con questo film!Io mi aspettavo uno di quei bei film ivoriani inglesi con le atmosfere di sottile perfidia alla "Quel che resta del giorno" e le crudeltà altmaniane di "Gosford Park".
L'unica cosa interessante del film è guardare Keira Knightley e chiedersi: ma quanto deve essere magra una per sembrare così magra sullo schermo?
Tutto il film promette ma non mantiene. Troppa letteratura ad alto tasso di estrogeni nonostante l'autore uomo, troppo "Paziente inglese" che qui diventa impaziente che il film finisca.
L'unica "Espiazione", alla fine è quella dello spettatore che si domanda, "che ho fatto di male per meritare questo?"
Voto= 6 politico per Keira
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mercoledì 20 giugno 2007
La Rosa Bianca - Sophie Scholl
Mi occupai della Rosa Bianca in occasione della mia tesi di laurea in psicostoria. Rimasi subito affascinata da Sophie e dai ragazzi e dalla forza delle loro convinzioni. Ecco cosa scrissi di loro:
La "Rosa Bianca" era il nome con il quale un piccolo gruppo di studenti e docenti dell'Università di Monaco firmava dei volantini clandestini nel 1943, nei quali venivano denunciate le nefandezze compiute da Hitler e dai suoi accoliti e si invitava la popolazione tedesca a ribellarsi al regime, in nome della dignità e della libertà. Le figure preminenti nel movimento erano i fratelli Hans e Sophie Scholl.
Gli Scholl avevano condiviso all’inizio, come la maggioranza dei tedeschi, la suggestionabilità di fronte al simbolo risvegliato della patria, e aderirono da parte loro alla gioventù hitleriana. Il sentimento della comunità ed i suoi rituali di sempre, semplici ma terribilmente efficaci al contempo, li affascinavano e li allacciavano nella credulità. Sentivano che dovevano fare qualcosa per la patria ed erano convinti che sarebbe stato qualcosa di buono. Il loro padre, è vero, li metteva in guardia contro coloro che aveva intuito sarebbero stati dei profittatori e degli ingannatori, ma il loro entusiasmo era sincero.
L'esperienza nella Hitlerjugend, all'inizio così soddisfacente, volge in seguito verso il disinganno e una profonda delusione, soprattutto in Hans. Il comandante gli aveva proibito di cantare canzoni russe e norvegesi perché non appartenevano al suo popolo; gli aveva tolto dalle mani un libro di Stefan Zweig, proibito, ma soprattutto l'impatto con l'irreggimentazione e il grigiore del Congresso di Norimberga gli avevano procurato una profonda inquietudine, derivante dall'osservare la mancanza di libertà individuale nelle organizzazioni del partito.
Le notizie che filtravano a stento nella popolazione su coloro che sparivano nei campi di concentramento raggiunsero anche i cinque fratelli Scholl e la loro famiglia.
La sorella Inge, in un libro dedicato ai fratelli, ricorda:
"Oh, Dio! Il dubbio che inizialmente era solo una incertezza, si trasformò dapprima in una cupa disperazione, indi in una ondata di indignazione. Il mondo puro e fiducioso in cui credevamo cominciò a crollare, un po’ alla volta, nel nostro animo. Che cosa avevano fatto, in realtà, della patria? Non v'era più libertà né vita in fiore né prosperità né felicità per gli uomini che vivevano entro i suoi confini. Oh, no! Avevano posto, uno dopo l'altro, dei ceppi sulla Germania, fin quando non divenimmo tutti, man mano, prigionieri di un grande carcere".
Il contatto con l'ambiente universitario, e la scoperta di un diffuso malessere nei confronti della dittatura, spingono Hans all'azione. Nascono i primi volantini della "Rosa Bianca". Ha l'appoggio di un suo insegnante, il professor Huber, della sorella Sophie e di gruppo di amici e colleghi, tra i quali Christl Probst e Willi Graf. Poi seguono l'arresto del padre, oppositore da sempre del regime, condannato a quattro mesi di detenzione da un Tribunale Speciale e la guerra. Hans vede con i propri occhi gli effetti della odiosa persecuzione antiebraica.
Il ritorno a Monaco vede Hans e quelli della "Rosa Bianca" impegnarsi in varie iniziative, dalle scritte vergate sulla Ludwigstrasse, "Abbasso Hitler!", "Libertà", ai volantini da distribuire anche nelle università del resto del paese. Questi gesti sono solo apparentemente ingenui. Forse la Resistenza tedesca, paralizzata nell'impotenza, poteva solo accontentarsi di questi che sembrano gesti inadeguati di fronte all'enormità di ciò che succedeva in quel momento. Si potrebbe dire che allora in Germania occorresse più coraggio che altrove per scrivere "Libertà" su un muro. Oltre alla lotta contro il regime era in atto un conflitto, una lotta interiore contro un ideale nel quale si era creduto con convinzione fino all'impatto con la realtà.
In ogni caso, il regime rispose con ferocia alla ribellione dei suoi figli. Il 18 febbraio del 1943, Hans e Sophie furono arrestati e condotti in carcere, dove subirono interrogatori di giorni e notti sui loro presunti delitti. Anche gli amici furono condotti davanti al tribunale per un processo sommario. Apparvero altri volantini in quel febbraio a Monaco, questa volta rossi, con la scritta: "Sono stati condannati a morte per alto tradimento: Christoph Probst, di ventiquattro anni, Hans Scholl, di venticinque anni, Sophie Scholl, di ventidue anni. La sentenza è già stata eseguita".
La notte prima di essere decapitata, Sophie Scholl fece un sogno che raccontò alla sua compagna di cella:
"In una giornata piena di sole portavo a battesimo un bimbo che indossava una lunga veste bianca. Per arrivare alla chiesa dovevo percorrere un sentiero ripido di montagna. Ma portavo in braccio il bimbo saldamente e con sicurezza. Un crepaccio si aprì improvvisamente davanti a me. Ebbi appena il tempo di deporre il bimbo al di là del crepaccio, poi precipitai nella voragine. Il bimbo simboleggia le nostre idee, che si affermeranno ad onta di tutti gli ostacoli. Ci è stato concesso di essere i pionieri, ma dobbiamo morire per esse prima di vederle tradotte in realtà".
Hans, Sophie e i loro amici amavano il loro paese, credettero in Hitler che diceva di amarli, furono ingannati, uscirono dall'incantesimo ed ebbero il coraggio di indignarsi. Li uccisero perchè avevano scritto "Libertà" nelle strade di Monaco.
sabato 16 giugno 2007
Priscilla Pride
Oggi siamo tutti froci, contro l'intolleranza e l'omofobia. Ti piace questo post? Votalo su OKNotizie!
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mercoledì 13 giugno 2007
Viale del Tremonti vol. 1
Questo gioco nacque anni fa da una sfida tra Roberto Benigni, Stefano Bartezzaghi e Umberto Eco, come raccontato nel libro "Sfiga all'OK Corral" ed è sempre divertente.
Impossibile non partecipare all'iniziativa... ma come prevedevo il gioco mi ha preso la mano ed ecco qualche mia rivisitazione che ripropongo qui sul Kino dopo la trionfale tournée su "L'Orizzonte degli Eventi" (ma che sta' a ddi'?)
L'ennesima vittima di un feroce serial killer – La nona morta
Un giovane dentista aspetta il primo cliente – Il deserto del tartaro
Cuoco giapponese in vacanza – Un tranquillo week-end di tempura
Le avventure di un micio goloso a Napoli – La sfogliatella e il gatto
Tragedia sfiorata al reattore nucleare – Le radiazioni pericolose
Corrado Guzzanti perseguitato da un suo personaggio – L’odio di Lorenzo
Il dietro le quinte di “Amici” di Maria De Filippi - Cantando dietro i paraculi
Caccia al dermatologo scomparso – Alla ricerca di Nevo
Nazisti nascosti in un convento – Dossier badessa
Evasione di ladruncoli da Rebibbia – Fuga di mezzetacche
Le storie parallele di un gruppo di politici in declino – Viale del Tremonti
Un party in cantina – Giù la festa
Rocco a Parigi – Il favoloso culo di Amélie
Annullata l'autopsia – Non aprite quella morta
Ogni tre pasticche un acido in regalo – Omaggio allucinante
Il fascino di Zingaretti conquista anche i gay – A qualcuno piace calvo
Partita a scacchi all’inferno – L’arroccato del diavolo
In realtà avrebbe vinto Kerry – C’era una svolta in America
La magica Roma – Ecco l’impero dei Sensi
Mi piace spennare i polli a poker – Barando con uno sconosciuto
Le imprese di un gruppo di hackers – Così parlò Altavista
Porno acrobatico – La foresta delle pugnette volanti
Vivo accanto ad una friggitoria cinese – Il fetore dalla Cina colpisce ancora
Mi sono licenziata – Fuga dal capataz
Dramma della miseria, costretti a rubare – Ladri di cotolette
Donna rimane incinta di un alieno – Il figlio verde
Trovato inedito di Steve McQueen girato ad Amsterdam – Gullitt
Storia di sangue e camorra – Il cattivo fetente
Orrore a Torino – Non si sevizia un Chiamparino
L'incredibile storia di un messicano che un pomeriggio perse improvvisamente la vista - Il buio oltre la siesta
L'ultimo successo di Rocco - Good Night, and Good Fuck
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domenica 10 giugno 2007
Echi tarantiniani in Casino Royale
Certo avremmo assistito alla totale dissacrazione del compassato agente inglese. Per intenderci, Bond dalla cura Tarantino non si sarebbe ripreso tanto alla svelta da potersi spupazzare Vesper sopra e sotto.
No, non sto dicendo che avrebbe fatto usare il rasoio a Le Chiffre in stile Mr. Blonde, anche Quentin è un uomo, per bacco! Dico solo che se Tarantino avesse avuto per le mani Bond lo avrebbe definitivamente privato di quell’alone di serietà e autocompiacimento che ne hanno fatto un mito. Un Bond che spara più cazzate che colpi di pistola, come Vincent Vega, non sarebbe stato proprio possibile.
Però che peccato, avremmo avuto forse meno azione e inseguimenti ma più violenza efferata e dialoghi surreali. Per esempio, durante la partita a poker qualcuno tra i giocatori avrebbe potuto iniziare una interessante discussione su “Baby One More Time” di Britney Spears e Felix ad un certo punto avrebbe potuto rubare l’agendina di Le Chiffre e dire “chi cazzo è Toby?”
Senza contare che vedere Harvey Keitel nella parte di Mathis, con tutto il rispetto per Giannini, avrebbe fatto venire i brividi. Come avrebbe liquidato lui i corpi… Samuel Jackson sarebbe stato grande nella parte del terrorista africano e se pensiamo a Pam Grier nei panni di M, a Hattori Hanzo in quelli di Q e a Lucy Liu con le lame rotanti nel cameo di “Toby la cinesina”, wow!
Ma è proprio vero che non c’è nulla di Tarantiniano in Casino Royale? Prendiamo la scena della “rianimazione”. Ha un qualcosa di comico che, se si fosse spinta un tantino più in là, avrebbe ricordato la resurrezione di Mia in Pulp Fiction. Certo, Vesper in abito da sera che spara un siringone in pieno muscolo cardiaco a James è un po’ forte, lo ammetto.
Veniamo alla famosa scena della tortura. All’inizio abbiamo un uomo nudo legato ad una sedia, in una specie di garage o capannone. Manca “Stuck in the Middle With You” alla radio, ma tutto ricorda “quella” famosa scena. L’uomo è in totale balia del cattivo, che se è stato capace di far gettare fuori da uno yacht i suoi ospiti è senz’altro uno psicopatico del cazzo.
Dall’altra stanza giungono le grida di Vesper. Cosa le staranno facendo? L’espressione di puro terrore in viso a Bond dice che qui non si scherza, qui c’è da aspettarsi qualcosa di tosto, roba splatter stile Eli Roth.
Poi però il glaciale Mikkelsen se ne esce con un apprezzamento sul fisico da sex bomb di Bond, con la battuta “Che spreco”!” e la scena comincia a cambiare registro. La tensione omoerotica scivola sul surreale quando Bond, nonostante riceva ben cinque colpi che avrebbero steso un toro Miura dopo il secondo, chiede a Le Chiffre di “grattarlo là sotto”.
Quando il torturatore sadico mette mano al rasoio e le cose sembrano volgere veramente alla bassa (in tutti i sensi) macelleria, chi arriva a mettere a posto le cose? Ci sarebbe stato bene Bruce Willis con la katana sguainata ma invece arriva solo Mr. White.
Mr. White, in puro stile “Iene”. Senza contare che nei panni del Mr. Blonde della situazione abbiamo un attore che si chiama Mads… come Michael Madsen. Ma queste sono solo coincidenze. Forse scopriremo che è solo perchè il vero nome di Le Chiffre è Marvin.
Ma che cazzo stavo dicendo?.. Ah si, tirate fuori un dollaro per la mancia.
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domenica 3 giugno 2007
Lara Croft - Tomb Raider
Tornando a Lara Croft, oggi ho voluto riassaporare il gusto di un bel filmaccio tutto avventura e neuroni disattivati, da cinema parrocchiale di una volta.
Con questo "Lara Croft - Tomb Raider" del 2001 sono partita assolutamente prevenuta, perchè Angelina è una presenza molto ingombrante, tra i canotti e le boe che gli hanno gonfiato a 2.8 per questo film e l'inizio era abbastanza noioso, con il transformer e tutti quei macchinari.
Vabbé, pazientiamo. Saltano fuori i soliti massoni complottardi, gli Illuminati, e un bel tomo giustamente odioso che vuole mettere le mani su un triangolo magico che, ricomposto nei due pezzi originali, darà a chi lo possiede poteri infiniti, ecc. ecc. A Indiana Jones fischiano le orecchie.

Iain Glen interpreta con la giusta spocchiosa arroganza il cattivo neanche poi tanto tale.
Noah Taylor è il nerd occhialuto (era il giovane Helfgott in "Shine"), che fabbrica tutti i gingilli da combattimento per Lara, un po' il suo Q e Chris Barry è il maggiordomo dal nome femminile, Hillary. Supponiamo che in segreto, mentre Lara è in missione a recuperare cimeli lui si vesta con i completini da lady della padrona che lei gli snobba sempre.
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6:19 PM
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venerdì 1 giugno 2007
Che la festa sia con voi - Trent'anni di Star Wars
Il padre perduto, l’angelo del male, il jedi votatosi al lato oscuro della Forza, ha sempre rappresentato per me il motivo principale di interesse per la saga, ideata da George Lucas, che il 25 maggio scorso ha compiuto trent’anni.
Andai a vedere il primo “Guerre Stellari” (ora Episodio IV nell’economia generale della serie) in un cinema di periferia. Avevo appena visto anche “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Spielberg che, con l’astronave madre rutilante di mille luci e colori, mi aveva impressionato più o meno come l’arrivo del treno a La Ciotat aveva colpito i primi spettatori del cinema dei fratelli Lumiére.
Sarà stata l’inadeguatezza tecnica della sala o la preferenza per il film di Spielberg ma allora “Guerre Stellari” mi sembrò più o meno una favoletta anche se arricchita da mirabolanti (per quei tempi) effetti speciali.
L’unica cosa che mi piacque veramente da pazzi era proprio lui, Darth Vader, con quel terrificante respiro da enfisema e la maschera nera che risvegliava in me il trauma infantile di Belfagor. In più era una carogna finita dai poteri misteriori e terribili e si sa che alle ragazze piacciono un sacco i farabutti.
Il resto della saga l’ho visto negli anni seguenti in TV o in DVD. Non ho mai considerato memorabili né il secondo episodio, “L’impero colpisce ancora” né tanto meno “Il ritorno dello Jedi”, con quel disgustoso Jabba the Hut (quando vedo il Betulla un po' me lo ricorda) e quegli stucchevoli orsetti del cappero.
E' vero, non avrei certo gettato alle murene Han Solo, e nemmeno forse Luke, R2D2 era il robottino più simpatico e spaccaballe dai tempi di Robby, ma Darth era Darth. A proposito, guardate un po' qui come si sono tutti ridotti. Un macello. Trent'anni e sentirli, eccome.
Il mio interesse per la saga si è destato nuovamente con i nuovi episodi prequel usciti negli ultimi anni, che promettevano di raccontare tutto l’antefatto e soprattutto la storia di Anakin Skywalker (Darth Vader) che ormai sapevamo essere il padre di Luke e Leia e del quale i nuovi episodi avrebbero rivelato la discesa all’inferno.
Nonostante un po’ troppi bambocci petulanti e una dose abbondante di sentimentalismo nella parte dedicata alla regina Amidala, con le nozze sul lago di Como dove mancava solo Clooney e un pericoloso miscuglio di amore, luna e stelle che avrebbe fatto mettere mano al fucile Bukowski, confesso che sono rimasta veramente colpita ed emozionata da una scena di Episodio III, visto al cinema l'anno scorso.
Dopo il duello all'ultimo sangue con Obi-Wan, Anakin giace orribilmente bruciato e amputato sulla riva di un fiume di lava e viene “ricostruito” e androidizzato, con la maschera che cala per ultima a chiuderlo per sempre nell’armatura nero metal-latex e il respiro diventa quello inconfondibile di Darth Vader. E’ una favola, lo so, ma è da brividi.
La fine dell’episodio poi, con l’apparizione della Morte Nera, si riagganciava perfettamente a quel film che avevo visto nel lontano 1978, con il quadro che ogni tanto se ne andava, tra il “buu-buu” dei ragazzini impazienti e il pavimento ricoperto di cartacce, stecchi di “moretto” e sacchetti di patatine.
Il ciclo era chiuso ed era valsa la pena di aspettare trent’anni per conoscerne il mistero.
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mercoledì 30 maggio 2007
Brokeback Mountain - Casalinghi disperati
Quanti secoli dovranno ancora passare perchè in un film hollywoodiano si possa vedere una coppia gay che vive la sua condizione senza rodimenti, lacrime e tragedia finale e dove l'amore trionfa veramente?Esiste un bellissimo documentario intitolato "Lo schermo velato", dove vengono intervistati autori, attori e registi che raccontano come Hollywood ha trattato il tema dell'omosessualità dagli esordi ai giorni nostri. Ne consiglio vivamente la visione, per capire come in fondo anche "Brokeback Mountain" non si discosti molto dal solito clichè sui gay nel cinema commerciale. Un film che ha avuto molto successo ma che, molto ambiguamente, non fa che contribuire a perpetrare una visione dell'omosessualità come sofferenza, espiazione, martirio.
Due uomini, due rudi cowboy, si trovano da soli su un monte a badare ad un branco di pecore. Prima fanno i duri e puri e poi che succede? Colpa dell'isolamento.
Per di più la situazione è delle più disgraziate. Uno dei due, dal nome assurdo di Ennis Del Mar è gay soltanto a part-time e di quelli che dopo essersi serviti abbondantemente si fanno venire la nausea quando gli portano il conto. E' evidente che l'altro, Jack Twist, il vero eroe della storia, quello totalmente gay e innamorato, sarà destinato a soffrire tutta la vita. Non a caso noi donne ci identifichiamo in lui dal primo istante.
Finita la stagione del pascolo i due si salutano e adios, non prima che Ennis abbia raccomandato all'amico di non raccontare a nessuno quello che è successo tra le fresche frasche, non si sa mai.
Tornato all'ovile, è proprio il caso di dirlo, Ennis si sposa una sciacquetta che in tre secondi netti gli scodella due marmocchie petulanti.
Dal canto suo a Jack va un tantino meglio. Almeno la sua altrettanto insulsa moglie è ricca, o meglio lo è il suocero.
Un giorno Jack si rifà vivo con Ennis e sono di nuovo dolci baci e languide carezze sotto il portico, con la mogliettina che occhieggia basita dalla finestra. Da quel momento i due, con la scusa di andare a pescare, si incontreranno periodicamente sulla montagna galeotta. Per vent'anni.
Tra divorzi, mamme che imbiancano e figli che crescono e nonostante abbia provato a rifarsi una vita con un altro casalingo disperato, il cuore di Jack è rimasto con Ennis a Brokeback Mountain. Ad ogni incontro ogni offerta di Jack di sfidare le convenzioni e andare a vivere insieme viene rifiutata dall'uomo tutto di un pezzo, che non vuole che il paese mormori ma preferisce vivere nell'ipocrisia del "toccami Cecco, mamma Cecco mi tocca". Anzi, affinchè suocera intenda, racconta di quando, da piccolo, assistette allo scempio di un gay del luogo, ucciso dai veri maschi del luogo con modalità efferate.
Come da manuale, non può mancare il finale tragico, i rimorsi tardivi, lacrime da coccodrillo e la camicia dell'amato che diventa la reliquia dell'amore impossibile, pateticamente appesa sulla gruccetta di fil di ferro.
Il film è piuttosto lento, noiosetto perchè scontato, senza momenti di vero grande cinema ma con molto National Geographic e Marlboro Man e con una sceneggiatura dai dialoghi a volte involontariamente ridicoli.
Dei due interpreti, calerei un velo pietoso su Heath Ledger, che ha l'espressività di un trumeau del '700. Sempre sulle spine, da un lato recita bene il ruolo del gay per forza ma, che cappero, un pò più di anima non avrebbe guastato. Jake Gyllenhaal invece è perfetto, caruccio e appassionato allo stesso tempo, anche se non arriva alle vette dell'indimenticato River Phoenix di "Belli e Dannati" che ancora oggi, nella scena della dichiarazione a Keanu davanti al fuoco, dà i brividi. Altri interpreti non pervenuti.
Io avrei avuto più coraggio di Ang Lee, avrei fatto una cosa tipo Thelma e Louise, con Ennis e Jack che lasciano le rispettive allucinanti mogli con un "hasta la vista baby" e scappano lontano andando a spassarsela allegramente non solo in montagna ma anche al mare, in campagna e in città. Che passando dalla Spagna si sposano, invecchiano felici e muoiono uno nelle braccia dell'altro.
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lunedì 28 maggio 2007
Caché - Niente da nascondere
"Caché" ("Nascosto", tradotto malamente nel suo contrario "Niente da nascondere") di Michael Haneke, regista viennese qui alle prese con una storia di ambientazione francese, è uno di quei film che mentre li guardi ti chiedi come mai non stia succedendo nulla e guardi l'orologio ogni dieci minuti, ma quando hai terminato la visione cominciano a scavarti dentro come talpe.Interpretato dai perfetti Daniel Auteuil e Juliette Binoche, inizia come un thriller e finisce in un incubo dal quale difficilmente i protagonisti potranno mai uscire. Un ritratto ultraborghese alla Chabrol ma se possibile ancora più crudele, un intervento a cuore e cervello aperti, eseguito senza anestesia.
L'occhio che osserva il protagonista Georges Laurent, un conduttore televisivo con una famiglia dove nessuno sa niente degli altri e apparentemente non succede nulla di rilevante, è quello di una videocamera, piazzata davanti a casa sua da mano ignota. Qualcuno gli recapita i nastri con le registrazioni, accompagnati da disegni infantili di bimbi che sputano sangue. Laurent e la moglie sono nel panico. Cominciano i sospetti, le bugie, il figlio scompare ma in realtà non è successo nulla, o forse qualcosa è successo? I bambini ci guardano.
Le videocassette, prova evidente che qualcuno lo osserva da vicino, obbligano Laurent a ricordare fatti sepolti vivi nella memoria, a togliere il velo di ipocrisia dai suoi gesti quotidiani, a mettersi a nudo anche con i superiori. Uno dei nastri riprende la casa dell'infanzia di Laurent e pian piano qualcosa comincia ad emergere dal passato.
Gli anni '60, i fatti di Algeria sullo sfondo, la famiglia di Laurent che voleva offrire un futuro ad un piccolo orfano algerino, la gelosia del figlio legittimo e un gesto di incosciente infantile crudeltà. Forse chi spaventa Laurent ha a che fare con quella storia lontana, forse è una vendetta o forse solo il tentativo di scuotere Laurent e la società che lo rappresenta dall'apatia.
Non ci potrà mai essere integrazione finchè ci difenderemo dagli altri, dai diversi considerandoli dei senza valore, o semplicemente rimuovendoli dalla coscienza, come l'anziana madre di Laurent (uno straordinario cameo di Annie Girardot).
Ciò che Laurent vuole, una volta riesumato il cadavere del passato è riseppellirlo al più presto, difendere la sua ottusa tranquillità borghese, tornare nella sua casa dalle pareti imbottite di libri, difendere la sua coscienza dal senso di umanità. Nemmeno l'assistere ad una scena sconvolgente e totalmente inattesa, ripresa in diretta dalla stessa videocamera come in uno snuff-movie, scuoterà il suo cinismo.
Haneke, con la scientificità di un anatomopatologo, fa l'autopsia alla nostra società, al nostro benessere materiale ma non morale, ai conti aperti con il passato. Non ci rivela chi ricatta Laurent ma l'ultima scena può forse farci intuire che la storia non è finita ma si protrarrà per le generazioni future. Voto 8.
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giovedì 24 maggio 2007
Casino Royale - Se nun è bono, che Bond è?
Sono abbastanza grande per essere cresciuta con i film del mascalzone scozzese Sean Connery e fino a poco tempo fa avrei detto che non avrei avuto altro Bond al di fuori di lui. Avevo fatto i conti senza l'oste, però.
Un oste dal corpo da ululati e dallo sguardo blu che non è uno sguardo, ma un arma di distruzione di massa. Questo Daniel Craig, che Dio lo benedica, è proprio il più bono dei Bond.
In un primo momento i puristi erano insorti all’idea che ad interpretare l’agente 007 fosse questo inglese biondo di Liverpool dal fascino proletario che ti aspetti di trovare a bere birra in un pub piuttosto che un Martini “mescolato, non agitato” in un lussuoso locale per ricconi.
Non l'avevano ancora visto in smoking, e nemmeno in quei letali calzoncini "speedo" de La Perla (mi sono informata, sono andata a leggere l'etichetta!), mentre esce dall'acqua.
I tempi sono cambiati e i servizi segreti non sono più roba da signorine. Con tutti ‘sti terroristi in giro, ci vuole gente che spara, rotola, si arrampica sulle gru e viene giù dal sesto piano senza fratturarsi nemmeno una placca tibiale. Qualcuno con i muscoli gonfiati a 2.8 che all’occorrenza diventa un mago del poker, sempre al servizio di Sua Maestà, è ovvio. Per questo tipo di agente segreto stile “fatti, non pugnette”, Craig è assolutamente perfetto, come era perfetto Connery ai suoi tempi. Tra di loro, il nulla. Provate a rivedere gli altri Bond, dal Carneade Lazenby a Roger Moore e Timothy Dalton (e ci metto pure Brosnan), sono ormai inguardabili.
Il film in sé funziona molto bene e finalmente rende giustizia a quello che è considerato il miglior romanzo di Ian Fleming, “Casino Royale”, che è il primo della serie e che, per motivi legati ai diritti, finora non era stato ancora degnamente adattato per lo schermo, se non nella parodia del 1967 con David Niven e ancor prima in un tv movie del 1953.
Come negli altri episodi della serie non mancano le forzature e le situazioni paradossali, ma qui tutto è permesso, perchè Bond finalmente è tornato. Ed è anche un personaggio con una dimensione psicologica, che soffre, ama e odia. Merito anche qui di Daniel Craig, che non è solo sexy da morire ma anche un gran bravo attore.
La scelta degli attori nel complesso è stata felice. M è ancora una volta una maestosa Judi Dench, il cattivone Le Chiffre, il molto interessante danese Mads Mikkelsen, è una sorta di Pierrot cattivo che lacrima sangue dagli occhi bicolore alla Marilyn Manson.
Non c’è più la Spectre, perché la realtà degli ultimi anni ha superato il romanzo, e non sono ancora apparsi Q, l’omarello che forniva a Bond tutti i suoi gingilli e Miss Moneypenny. Forse saranno ripescati nei prossimi capitoli (ne sono previsti altri due per ora).
Gli attori italiani non sono trattati molto bene, per la verità. La prima Bond girl Caterina Murino dice tre parole, si strofina abbondantemente addosso a Bond (come dev'essere stato difficile immedesimarsi nella parte) e finisce morta ammazzata. L’agente Giancarlo Giannini è meno credibile di Scaramella e Claudio Santamaria salta in aria, dopo non aver detto nemmeno beo ma aver mezzo distrutto l'aeroporto di Miami.
La “Bond girl” protagonista Eva Green, gran topa sopraffina di rara eleganza e fascino, fa perdere la testa a 007 fino quasi a ridurlo desideroso di mettersi in pantofole davanti alla tv. Ohibò, per fortuna che c’è ancora mezz’ora di film. Il Bond pantofolaio, un’evenienza ancor peggiore di un ennesimo attentato di Al Qaeda, sarà per fortuna scongiurata.
Il finale ci offre il nostro agente, finalmente incarognito a dovere, sempre più arruffapapere e più letale di un cobra, che imbracciando un pistolone king size e con in sottofondo il tema di John Barry pronuncia la mitica frase "The name is Bond, James Bond" (da gustare in lingua originale, perchè pure la voce ha da infarto, 'sto fijo de 'na mignotta!). Da applausi.
E' un film da vedere in lingua originale anche per non perdersi la voce bellissima di Eva Green, molto più calda e sensuale di quella della doppiatrice italiana.
La qualità audio-video del DVD è grandiosa, anche se ho potuto apprezzarla solo sul mio misero vecchio tubo 100 Hz.
Nel disco extra della Collector's Editions sono presenti, oltre al video di Chris Cornell che canta il tema "You Know My Name", tre featurettes: una sulle varie Bond Girls apparse nei 21 film della serie con una carrellata sui vari episodi (sapevate che un giovanissimo Benicio del Toro ha partecipato ad un film di Bond?), una sugli effetti speciali e gli stunts di Casino Royale e una su come Daniel Craig è diventato Bond.
Come diceva la mia povera maestra: potevano fare di più. Ma mi giocherei qualsiasi cosa che a Natale uscirà l'edizione speciale a 4 dischi. Scommettiamo? 50 milioni di dollari.
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Barbara Tampieri
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martedì 22 maggio 2007
Il Codice Da Vinci - Aridatece Belfagor!
Il Codice Da Vinci è una tale accozzaglia di situazioni assurde che diventa persino imbarazzante parlarne.
Siamo a Parigi e i francesi parlano in francese con i sottotitoli.
Un vecchio non-si-sa-cosa viene sparato nel Louvre, non da Belfagor, che sarebbe stato sempre interessante, ma da un povero attore platinato, Paul Bettany, nella parte del monaco assassino-redento-assassino-succubo del monsignore cattivo dell'Opus Dei, Alfred "Dr. Octopus" Molina.
Questo monaco, che ha sviluppato un'ossessione per la Passione di Cristo di Mel Gibson, ignudo nella sua cameretta si flagella e impone il cilicio come la Binetti.
Il vecchio intanto, che dev'essere in realtà un artista underground, dopo essere stato ferito a morte dal monaco riesce a farsi un giro per il museo, a nascondere indizi da caccia al tesoro dietro famosi dipinti di Leonardo, scrivendo cose senza senso con il sangue e infine inscena una installazione di body art stendendosi nudo con un pentacolo disegnato a sangue sul petto. Mortacci!
Inevitabile che l'ispettore Fache, un Jean Reno sotto ipnosi, non ci capisca una mazza e chiami un certo Professor Langdon, esperto di simboli, per dirimere la questione. Langdon è interpretato da Tom Hanks che chiaramente è stato ricattato per fare 'sto film, devono essere saltate fuori delle foto dove bacia Wilson*.
In realtà Jean vuole incastrare Tom e meno male che passava di lì Amélie che diventa da quel momento il suo angelo custode. Hanks aveva chiesto Emmanuelle Seigner ma niente da fare.
Dopo uno spottone megagalattico della Smart con Amélie che guida meglio di Alonso, forse l'unico momento di azione del film, lei e Hanks, più spaesato del russo di "The Terminal" e in preda alla claustrofobia e forse al rimorso per essersi lasciato convincere a fare questo film, scappano per mezza Europa nascosti in un furgone portavalori. Notare che sono ricercati dalla polizia francese e presumibilmente dall'Interpol ma nessuna dogana nè posto di blocco riesce a fermarli.
Dopo essersi impadroniti di uno strano aggeggio tipo sudoku che conterrebbe la risoluzione in codice dell'enigma... già, quale enigma? vanno a trovare Gandalf il grigio che si è ritirato con un maggiordomo in una villa in campagna.
Gandalf offre funghi allucinogeni ai suoi attoniti ospiti e spiega loro come in realtà Cristo non sia mai stato crocifisso, ma fosse sposato con la Maddalena, che era la madre del Merovingio, quindi era la Bellucci in Matrix... no, nella Passione di Cristo, che Leonardo da Vinci, parente alla lontana di Morpheus, sapeva tutto perchè era del Priorato di Sion, una setta che difende le foche monache, o era il Santo Graal e che l'Opus Dei non si occupa di banchieri di Dio e alta finanza ma manda in giro i suoi adepti a partecipare alla caccia al tesoro.
Sempre più increduli, Amélie e Tom scoprono altresì che la Maddalena è stata sepolta da qualche parte dopo che, incinta durante la crocifissione (ma Gesù non era morto di vecchiaia?), era dovuta scappare con il primo volo per Parigi per dare alla luce una figlia dalla quale discendono i reali di Francia e anche Lady D, ed è lei il Santo Graal, non la coppa che quel pirla di Re Artù ha cercato tanto, (o era Lohengrin?), che i rotoli del Mar Morto contengono la soluzione dell'enigma della Gioconda, che Leonardo era gay, che se intrecci il segno del maschio con quello della femmina ottieni la croce di David e che nessun aereo si è mai schiantato sul Pentacolo... pardon, Pentagono.
Dopo che Amélie ha guarito Tom dalla claustrofobia con l'imposizione delle mani, una specialità di famiglia, e dopo aver scoperto che tra il maggiordomo e Gandalf la relazione non era quella che credevamo, ma che avevamo sospettato, i due fanno un interessante giro turistico in Scozia, nella famosa cappella dei Templari che ormai conosciamo meglio delle nostre tasche dove trovano il vero archivio della P2 e noi spettatori abbiamo finalmente l'incredibile disvelamento del mistero e scopriamo chi è in realtà Amélie.
Potrei dirvelo ma non lo faccio perchè sono buona e poi da soli non ci arrivereste neanche tra cent'anni.
Tornato a Parigi, non si sa perchè, Tom si aggira di notte nei pressi del Louvre, rimane affascinato dalla piramide ultramoderna e ha l'illuminazione! Sotto la piramide c'è... il nascondiglio di Belfagor. Ecco come faceva a intrufolarsi di notte nel Louvre. Ma alle sue spalle compare Jean Reno che gli porge una bomba a mano e gli dice: "questa te la manda Amélie, ti prego fai finire questo scempio". BOOOOMM!
In DVD ma solo se al massimo ci spendete €1,50 per il noleggio. Voto 4
Questa recensione contiene i riferimenti ad altri due celebri film. Chi li indovina avrà in dono la raccolta completa delle puntate di "Voyager".
Pubblicato da
Barbara Tampieri
alle
7:37 PM
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