venerdì 27 giugno 2008

Ci vediamo all'osteria, al numero venti

Cosa c'è di meglio del sexual freak di turno per convincere la gente ad uscire e spendere i fatidici sette/50 euro del biglietto del cinema? Dopo il mutante Tetsuo di Tsukamoto, detto " 'A trivella" e la Linda Lovelace con il clitoride delocalizzato dalle parti del velopendulo, ecco una vecchia conoscenza: la vagina dentata.

E' passato un po' in sordina la scorsa estate ma è recuperabile in DVD, "Denti", storia di una signorina che ha un modo tutto suo di stringere conoscenza con gli uomini che gli capita di incontrare. Un film ferocemente disapprovato dai peni e scansato dai ginecologi ma consigliato dall'Associazione Medici Dentisti Italiani. E' l'unica categoria che, alla visione, non viene colta dall'angoscia di castrazione. "Pensa", fantasticano, "un mondo di guadagni raddoppiati, con tutti quei denti, a mille euro ogni cura..."

La vagina dentata è un mito antichissimo che funziona sempre, soprattuto a livello catartico se inserito nel genere cinematografico rape and revenge (se pensiamo a cosa avrebbe combinato la Zoe di "L'angelo della vendetta" di Abel Ferrara con un'attrezzatura odontoginecologica del genere, vengono i brividi cinefili) e che ha perfino ispirato una certa oggettistica nata con il lodevole intento di scongiurare gli stupri.

Per fortuna il film non si prende troppo sul serio e non picchia solo sul tasto dell'horror, anche se qualunque maschio non esce sicuramente indenne dalla sua visione. Uno slogan perfetto per il film sarebbe stato "non adatto ai peni impressionabili".

Diretto dal figlio del noto pittore pop americano Liechtenstein, questa operina senza troppe pretese ma riuscita, recupera in un certo senso lo spirito anarchico-goliardico di Russ Meyer e l'umorismo associato al sesso di "Gola profonda". Quando compare il rottweiler poi, si sente perfino la mano di John Waters.
Il tono ironico serve intelligentemente a sdrammatizzare l'impatto decisamente tagliente dell'argomento. L'inquietudine è affidata alle torri di una centrale nucleare sita nei pressi della casa della protagonista. Colpevoli delle mutazioni?

A proposito di freaks cinematografici. Se la Sposa di Tarantino concepisse una figlia con Hannibal Lecter il risultato sarebbe la protagonista di "Hard Candy", film che non credo vedrete mai su Raiuno a Natale e che mi ha parimenti deliziato a noleggio.

Se una quattordicenne, una lupetto rosso con i geni di cotali genitori avesse tra le mani un pedofilo da tenere sequestrato per un intero pomeriggio, cosa mai potrebbe farne? A voi il gusto di scoprirlo ma, se siete maschi, astenetevi se avete appena visto "Denti". Per il vostro pene sarebbe decisamente troppo.


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domenica 15 giugno 2008

Evviva il paraculone

A me Michael Moore piace, come il Crodino. E' un paraculone ma gli argomenti che tratta sono troppo importanti per farseli sfuggire. A volte i suoi discorsi mireranno un po’ troppo alla nostra pancia, è vero ma sul fatto che gli americani siano ostaggio delle lobby delle armi, che la famiglia Bush sia sempre stata in affari con loschi individui sauditi e non e che un americano disoccupato rischi di doversi vendere la casa e forse anche le terga per potersi permettere un intervento chirurgico, non ci piove.
Moore è la versione super-size del bambino che grida "il Re è nudo", per questo mi è simpatico e poi ce ne fossero di americani così, che hanno l’umiltà di ammettere che non sono semidei perfetti e che altri paesi in certe cose sono più avanti del loro.

Mi piacque molto “Bowling for Columbine” e non dimenticherò mai la figura di merda che fece fare a Charlton Heston, che nessuno avrebbe mai detto essere un tale fascistone.
Mi deluse un po’ con “Fahrenheit 911”, solo perché non ebbe il coraggio di andare fino in fondo nel ragionamento sull’11 settembre (e per questo dico che è paraculone) ma anche lì la scena disgustosa di Wolfowitz che ciuccia il pettinino e l’espressione da encefalogramma piatto ma da gatto con il sorcio in bocca di Bush nella scuola della Florida valevano da sole i soldi del biglietto.
Oggi ho visto"Sicko", il suo ultimo film, e non mi vergogno di dire che alla fine mi sono commossa fino alle lacrime.

Sappiamo tutti che la sanità americana è qualcosa di osceno ma non se ne impara mai abbastanza.
Una decina di anni fa quando a causa di un virus ebbi la neurite ottica e tutta una serie di gravi problemi neurologici, per fortuna poi risolti, nell’incertezza della diagnosi e nell’angoscia di sapere se la mia malattia era guaribile o no frequentai parecchi forum americani su Internet, offerti da Istituti Medici Universitari. I pazienti esponevano i loro casi e i medici rispondevano.
Capitava anche di chattare tra di noi. Rimasi letteralmente di merda quando, in un forum di oculistica, una ragazza mi disse che avrebbe potuto curare la sua cecità progressiva grazie ad un intervento, che però costava 200.000 dollari, che lei non aveva. Ancora oggi questo pensiero, di qualcuno che forse non potrà più vedere perché non ha 200.000 fottutissimi dollari, mi fa impazzire. La trovo una cosa abnorme, di una ingiustizia siderale.

Altri malati, affetti da sclerosi multipla, mi raccontavano che spesso la loro diagnosi veniva nascosta alle loro compagnie assicurative perché altrimenti esse avrebbero ritirato la copertura. Si può capire perché: la sclerosi multipla è una malattia a tutt’oggi inguaribile, altamente invalidante e i farmaci utilizzati per il suo contenimento, come l’interferon-beta, sono carissimi. Aumenta il rischio e le assicurazioni si tirano indietro, lo sappiamo anche noi. Io stessa, quando fui ricoverata in neurologia per gli esami e la risonanza magnetica (tutto gratis), mi sentii dire in seguito dalla banca che l’assicurazione sui ricoveri offerta ai clienti non prevedeva un rimborso per le degenze nel reparto neurologia. Un’appendicite passi, ma una lesione neurologica magari permanente no.

Tornando ai forum americani, ricordo che ogniqualvolta dicevo che da noi le cure erano pressocchè gratuite si scatenava l’incredulità e anche quel senso di invidia che ben trasmette Moore nel suo film. Tutti a dire quanto ero fortunata e quanto loro trovassero ingiusta la loro condizione di dover dipendere dalle paturnie delle compagnie assicurative e da una sanità per principio a pagamento.

Ho letto in questi giorni le patetiche, a mio parere, difese dei tanti volontari della libertà autolaureatisi in quattro e quattr’otto avvocati difensori per partito preso del sistema sanitario americano. Quello che non ho letto da nessuna parte è l’ammissione che quel sistema è sbagliato perché semplicemente esula da un principio fondamentale di giustizia sociale: che la salute è un diritto, non un bene di consumo. E’ un problema di mentalità. Loro ti dicono che ci sono polizze che ti offrono servizi ben migliori dei nostri. Grazie al cazzo, se pago è ovvio, ma se perdo il lavoro per qualsiasi motivo, e può non essere colpa mia, negli USA perdo anche la copertura assicurativa. Dicono che c'è comunque un' assistenza gratuita per i "bisognosi" (Dio che nervi quando li definiscono così!) e che Moore è un cacciaballe.

Cercando l’immagine di Sicko da postare sono capitata per caso nel blog di questo ragazzo americano . Sentite cosa dice:
“Sono stato fortunato nella mia vita per aver sempre avuto qualche tipo di copertura assicurativa. Per un paio di interventi, l’assicurazione di mia madre coprì quasi per intero i costi.
La sola volta che rimasi scoperto fu quando mi trasferii a Dallas ed ero disoccupato in cerca di lavoro. Una volta trovatolo e ritornato in possesso di un’assicurazione sanitaria andai dal medico per un check-up e lui mi disse che non dovevo pagare nulla per gli esami, tranne 20 dollari per una specie di ticket. Un paio di mesi dopo ricevetti un conto di circa 400 dollari. Ero scioccato perché un mio amico aveva fatto gli stessi identici esami del sangue, nello stesso ospedale e presso lo stesso dottore e aveva pagato solo i 20 dollari.
Ho sempre pensato che se mi fossi ammalato seriamente nella vita avrei avuto una buona copertura assicurativa. Ora non ne sono più tanto certo. Sto pensando di trasferirmi in un paese dove c’è un servizio sanitario nazionale, così dovrei preoccuparmi di meno.”
Sono pensieri difficili da capire per noi, che se ci sentiamo male godiamo sempre e comunque di un servizio di intervento gratuito e che se dobbiamo subire un'operazione nessuno ci chiede se possiamo pagarlo. Nessuno nega che esistano la mala sanità, l’incompetenza e la sporcizia in alcune realtà di sanità pubblica ma il principio è salvo. La salute è un diritto. Le tasse che paghiamo permettono ai malati, tra i quali ogni tanto ci siamo anche noi, di essere curati
Il farmaco che Michael paga 120 dollari in USA, a Cuba costa 5 centesimi perché così dev’essere ma gli avvocati della sanità del libero mercato si farebbero tagliare le palle, pur di ammetterlo.

L'unico modo per farmi passare la fame

E' guardare "Super Size Me", film-esperimento ma anche opera di body-art estrema, uscito qualche anno fa ma sempre interessante da vedere e rivedere, per ricordarci quanto mangiamo bene noi italiani in confronto agli zii d'oltreoceano.

Riassumo il succo del film per chi non lo avesse ancora visto.
Cosa succede ad un uomo giovane e sano se si nutre per trenta giorni e tre volte al giorno solo con menu McDonald's rigorosamente megaporzionati, così popolari tra gli adolescenti americani? Semplice: ingrassa 11 chili, diventa depresso, dipendente dal cibo spazzatura, semi-impotente e con un fegato ridotto a paté.
Con Morgan Spurlock, l'autore del film, nella parte della cavia. Girando l'America dei fast-foods con lui scopriamo che ciò che pensavamo fossero solo leggende metropolitane sul cibo-spazzatura e sulla tipica dieta americana corrispondono purtroppo al vero e non si tratta solo di trovare un capello nel vostro hamburger!

Tra le cose allo stesso tempo incredibili e agghiaccianti descritte nel film, una coppia racconta come sia normale per loro bersi dai 6 agli 8 litri di coca cola al giorno.
La città di Houston in Texas ha il record degli abitanti obesi. Milioni di americani mangiano dalle tre alle quattro volte alla settimana nei fast-foods.
Un giro nelle mense scolastiche ci mostra ragazzini che ingurgitano schifezze ipercaloriche e bevono gatorade (uno degli intrugli più schifosi mai realizzati da mente umana dopo RedBull) come fosse acqua fresca, e pensare che è più pesante da digerire del piombo fuso.
I piccoli americani conoscono tutti e sono affascinati dal clown che reclamizza McDonald's. Nota inquietante, anche un famigerato serial killer pedofilo, John Wayne Gacy usava travestirsi da clown per attrarre le sue piccole vittime. Io, fossi McDonald's avrei cambiato testimonial da un pezzo ma forse lo fanno per intonarsi ad un'alimentazione assassina.

Scopriamo che il cibo dà dipendenza quanto l'eroina: il naloxone, farmaco anti-overdose da pronto soccorso, è in grado di produrre indifferenza al cioccolato in persone che ne abusano.
Il formaggio è ricco di endorfine, l'eccesso di consumo di zucchero è notoriamente legato all'aumento dell'aggressività. Forse è qui la risposta alla domanda che Michael Moore si faceva in "Bowling a Columbine", sul perchè solo in America vi sono 40.000 omicidi per armi da fuoco all'anno?
Alla fine del film si rimane disgustati per come una nazione possa incitare ad un comportamento così totalmente patologico nei confronti del cibo, produrre milioni di obesi gravi e poi tormentarli dalla mattina alla sera con immagini di "magro è bello, magro è sano".
Lo so che è banale dare la colpa alla bulimia da dollari delle corporations, dire che lo fanno solo per avidità e che non gliene frega un cazzo delle persone, ma sinceramente non si riesce a trovare altra spiegazione razionale.

Una nota positiva. Morgan ha riacquistato il suo peso forma con una sana dieta mediterranea e, in seguito al clamore suscitato dal successo del film, la McDonald's ha ritirato dai suoi ristoranti le porzioni "super size" che hanno rischiato di mandare l'autore-regista all'altro mondo.

Come sapete da qualche tempo sto sviluppando un odio patologico nei confronti delle diete e dei dietologi.
Ieri per disgrazia sono capitata su un programma tv dove dicevano che a metà pomeriggio dovrei mangiarmi una mastella (!) di macedonia e un finocchio intero crudo.
Dopo aver fantasticato di sodomizzare lo spiritoso dietologo tv con altri ortaggi più adatti all'uopo, come il carciofo sardo con le spine, ho pensato che è proprio vero che è tutta questione di percezione.
Perchè soffrire con diete e regimi o l'odiatissimo "moto", la stupidissima corsa che dovremmo trovare la forza di fare dopo otto ore e passa di lavoro e senza nemmeno l'ausilio di una righina di coca.
Noi ci crediamo grassi ma basta guardare gli americani e diventiamo subito magrissimi. Guardiamo "Super Size Me" e ci passa la voglia di mangiare. Stando comodamente seduti sul divano davanti alla TV.
La mia è una nuova rivoluzionaria teoria filosofica, il relativismo alimentare.

Qui il film integrale, in inglese. Nel sito trovate anche un mucchio di altri documentari da guardare gratis.

Il cinema, il cinema ribelle

Càpita a volte che un film che sulle prime ti era sembrato un tantino verboso, del quale magari te ne eri dormita un pezzo, nei giorni successivi ti scavi dentro come una talpa. A me succede spesso e di solito con i film che alla fine mi piacciono e ricordo di più.
E' l'effetto che mi ha fatto "Leoni per agnelli" di Robert Redford.

I critici cinematografici con i controcoglioni ci tengono a sottolineare che è un film schierato, di parte, ohibò di quel democratico incallito di Redford. Quindi non gli piace perchè, se è bello e cool scoprire il lato buono dell'ex carognone Ispettore Callaghan ammorbiditosi con l'età, si meravigliano che chi è stato democratico in gioventù non diventi un fascistaccio da vecchio.
Redford magari non ha il coraggio di gridare in faccia quel vaffanculo alla classe dirigente della quale racconta in questo film i misfatti perchè è un signore ma usa comunque allusioni sottili, e un finale che è peggio di una rasoiata che ti porta via l'orecchio.

E' un film in parallelo. Due soldatini volontari (metaforicamente rappresentati dal nero e dall'ispanico) mandati al macello, un giovane senatore 'rrampante con il cuore in pelle di coccodrillo che finisce per credere alle balle che racconta; una giornalista come non se ne fanno più, con i neuroni che si accendono di luce propria e che perlamadonna producono domande! che intervista il senatore per la sua rete televisiva; un professore socratico che cerca di risvegliare lo studentello brillante ma svogliato, quello capace in potenza di grandi cose, "che potrebbe fare di più" ma che ne ha per il cazzo. C'è un America da ricostruire (anche una sinistra?) e bisogna darsi da fare con il materiale che si ha a disposizione.

Qual'è la tesi di fondo del film? Questa guerra, queste guerre, venute dopo l'11 settembre, sono costruite sulle menzogne.
Il grande impero militare americano manda ancora i soldatini allo sbaraglio come nel Vietnam. "Mi sembra militarese per esca" fa notare la Streep al senatore Cruise quando lui spaccia la trovata di mandare piccoli gruppi di militari in mezzo ai talebani in cima ad una montagna come una grande campagna risolutiva della guerra. Campagna studiata a tavolino a Washington da gente che al massimo può rischiare la pelle scivolando nella doccia e che è specializzata nel mandare gli altri a morire per i suoi porci interessi. Quegli altri che riescono ad essere comunque eroi, i leoni del titolo, appunto.

Il duello dialettico tra Streep e Cruise è il pezzo chiave del puzzle, quello che mette a nudo il ruolo della politica e della stampa come complici nel trascinare il destino dei popoli nel baratro della guerra. E' solo quando i due agiscono in sinergia che il trucco funziona alla meraviglia.
"Quand'è che siete diventati così?" chiede Cruise ironicamente alla sua interlocutrice, intendendo "così bravi a bervi qualunque balla".
"Eravamo stati attaccati, c'erano i ragazzi impegnati al fronte", è la giustificazione che dà la Streep e che chiunque darebbe, in certe condizioni e soprattutto essendo americano. Facile pensare che se i leoni venissero a sapere fino a che punto gli agnelli li hanno raggirati non tarderebbero a sbranarli senza pietà.
Quando Meryl torna in redazione e parla al suo capo dell'intervista realizzata con il senatore, delle sue perplessità e dice "non possiamo riportare automaticamente tutto ciò che il governo ci dice", Redford ci mostra un'America ancora disperatamente aggrappata ai valori democratici, che però forse non resisterà alle logiche della scelta dei titoli delle breaking news.

Credo che questo film mi stia scavando dentro perchè, anche se parla dell'America, della guerra in Afghanistan, dell'eroismo dei marines, della patria e dei media a stelle e strisce è un film che riguarda l'Italia e quello che è diventata da noi l'informazione.
In quale buco nero è scomparsa la nostra stampa? Dove sono finiti i giornalisti che facevano le domande e mettevano in buca il potente intervistato, come faceva la buonanima dell'Oriana ai vecchi tempi? Che direbbero "no, questo non lo posso scrivere"?
Potremmo chiederci dove sono finiti i giornalisti e basta, sostituiti da una razza di reggitori di code e microfoni, con la testa che fa si-si come i cagnolini a molla delle automobili anni '60. Cagnolini da riporto di balle preconfezionate.

A questo punto immagini lo stesso film ambientato in Italia. Una giornalista entra nello studio del senatore per intervistarlo. Si sdraia a pelle di leone o si inginocchia e a questo punto non riesci ad immaginare altro, come seguito, che un film porno.

domenica 11 maggio 2008

Espiazione di una povera spettatrice

Ammazza che siluro m'ha tirato Joe Wright con questo film!
Io mi aspettavo uno di quei bei film ivoriani inglesi con le atmosfere di sottile perfidia alla "Quel che resta del giorno" e le crudeltà altmaniane di "Gosford Park".

Le premesse erano interessanti. Una ragazzina accusa ingiustamente il moroso della sorella e da lì ne nasce una tragedia.
Invece mi sono ritrovata con un polpettone d'amore a base di "torna da me", "io ti amo", "torna da me". Una parte centrale ambientata a Dunkerque di una noia mortale, un finale stucchevole che coinvolge la povera Vanessa Redgrave, mai maltrattata tanto dai tempi dei "Diavoli" di Russell.

L'unica cosa interessante del film è guardare Keira Knightley e chiedersi: ma quanto deve essere magra una per sembrare così magra sullo schermo?
Tutto il film promette ma non mantiene. Troppa letteratura ad alto tasso di estrogeni nonostante l'autore uomo, troppo "Paziente inglese" che qui diventa impaziente che il film finisca.
L'unica "Espiazione", alla fine è quella dello spettatore che si domanda, "che ho fatto di male per meritare questo?"

Voto= 6 politico per Keira

mercoledì 20 giugno 2007

La Rosa Bianca - Sophie Scholl

Questo film di Marc Rothemund, uscito nel 2004, racconta con grande precisione storica l’arresto, la detenzione, l’interrogatorio, il processo-farsa e la condanna a morte di Sophie Scholl, di suo fratello Hans e dell’amico Christopher Probst che, assieme ad altri studenti di Monaco diedero vita al movimento di opposizione al regime nazista “La Rosa Bianca”.
Narrato con stile scarno e senza indulgere in scene madri, il film ha il grande merito di riportare sotto la luce della storia una vicenda fin troppo poco ricordata. Bravi gli attori, sui quali spicca la protagonista Julia Jentsch, che interpreta con grande intensità ogni momento della passione di Sophie.

Mi occupai della Rosa Bianca in occasione della mia tesi di laurea in psicostoria. Rimasi subito affascinata da Sophie e dai ragazzi e dalla forza delle loro convinzioni. Ecco cosa scrissi di loro:

La "Rosa Bianca" era il nome con il quale un piccolo gruppo di studenti e docenti dell'Università di Monaco firmava dei volantini clandestini nel 1943, nei quali venivano denunciate le nefandezze compiute da Hitler e dai suoi accoliti e si invitava la popolazione tedesca a ribellarsi al regime, in nome della dignità e della libertà. Le figure preminenti nel movimento erano i fratelli Hans e Sophie Scholl.

Gli Scholl avevano condiviso all’inizio, come la maggioranza dei tedeschi, la suggestionabilità di fronte al simbolo risvegliato della patria, e aderirono da parte loro alla gioventù hitleriana. Il sentimento della comunità ed i suoi rituali di sempre, semplici ma terribilmente efficaci al contempo, li affascinavano e li allacciavano nella credulità. Sentivano che dovevano fare qualcosa per la patria ed erano convinti che sarebbe stato qualcosa di buono. Il loro padre, è vero, li metteva in guardia contro coloro che aveva intuito sarebbero stati dei profittatori e degli ingannatori, ma il loro entusiasmo era sincero.

L'esperienza nella Hitlerjugend, all'inizio così soddisfacente, volge in seguito verso il disinganno e una profonda delusione, soprattutto in Hans. Il comandante gli aveva proibito di cantare canzoni russe e norvegesi perché non appartenevano al suo popolo; gli aveva tolto dalle mani un libro di Stefan Zweig, proibito, ma soprattutto l'impatto con l'irreggimentazione e il grigiore del Congresso di Norimberga gli avevano procurato una profonda inquietudine, derivante dall'osservare la mancanza di libertà individuale nelle organizzazioni del partito.
Le notizie che filtravano a stento nella popolazione su coloro che sparivano nei campi di concentramento raggiunsero anche i cinque fratelli Scholl e la loro famiglia.
La sorella Inge, in un libro dedicato ai fratelli, ricorda:
"Oh, Dio! Il dubbio che inizialmente era solo una incertezza, si trasformò dapprima in una cupa disperazione, indi in una ondata di indignazione. Il mondo puro e fiducioso in cui credevamo cominciò a crollare, un po’ alla volta, nel nostro animo. Che cosa avevano fatto, in realtà, della patria? Non v'era più libertà né vita in fiore né prosperità né felicità per gli uomini che vivevano entro i suoi confini. Oh, no! Avevano posto, uno dopo l'altro, dei ceppi sulla Germania, fin quando non divenimmo tutti, man mano, prigionieri di un grande carcere".

Il contatto con l'ambiente universitario, e la scoperta di un diffuso malessere nei confronti della dittatura, spingono Hans all'azione. Nascono i primi volantini della "Rosa Bianca". Ha l'appoggio di un suo insegnante, il professor Huber, della sorella Sophie e di gruppo di amici e colleghi, tra i quali Christl Probst e Willi Graf. Poi seguono l'arresto del padre, oppositore da sempre del regime, condannato a quattro mesi di detenzione da un Tribunale Speciale e la guerra. Hans vede con i propri occhi gli effetti della odiosa persecuzione antiebraica.

Il ritorno a Monaco vede Hans e quelli della "Rosa Bianca" impegnarsi in varie iniziative, dalle scritte vergate sulla Ludwigstrasse, "Abbasso Hitler!", "Libertà", ai volantini da distribuire anche nelle università del resto del paese. Questi gesti sono solo apparentemente ingenui. Forse la Resistenza tedesca, paralizzata nell'impotenza, poteva solo accontentarsi di questi che sembrano gesti inadeguati di fronte all'enormità di ciò che succedeva in quel momento. Si potrebbe dire che allora in Germania occorresse più coraggio che altrove per scrivere "Libertà" su un muro. Oltre alla lotta contro il regime era in atto un conflitto, una lotta interiore contro un ideale nel quale si era creduto con convinzione fino all'impatto con la realtà.

In ogni caso, il regime rispose con ferocia alla ribellione dei suoi figli. Il 18 febbraio del 1943, Hans e Sophie furono arrestati e condotti in carcere, dove subirono interrogatori di giorni e notti sui loro presunti delitti. Anche gli amici furono condotti davanti al tribunale per un processo sommario. Apparvero altri volantini in quel febbraio a Monaco, questa volta rossi, con la scritta: "Sono stati condannati a morte per alto tradimento: Christoph Probst, di ventiquattro anni, Hans Scholl, di venticinque anni, Sophie Scholl, di ventidue anni. La sentenza è già stata eseguita".

La notte prima di essere decapitata, Sophie Scholl fece un sogno che raccontò alla sua compagna di cella:
"In una giornata piena di sole portavo a battesimo un bimbo che indossava una lunga veste bianca. Per arrivare alla chiesa dovevo percorrere un sentiero ripido di montagna. Ma portavo in braccio il bimbo saldamente e con sicurezza. Un crepaccio si aprì improvvisamente davanti a me. Ebbi appena il tempo di deporre il bimbo al di là del crepaccio, poi precipitai nella voragine. Il bimbo simboleggia le nostre idee, che si affermeranno ad onta di tutti gli ostacoli. Ci è stato concesso di essere i pionieri, ma dobbiamo morire per esse prima di vederle tradotte in realtà".

Hans, Sophie e i loro amici amavano il loro paese, credettero in Hitler che diceva di amarli, furono ingannati, uscirono dall'incantesimo ed ebbero il coraggio di indignarsi. Li uccisero perchè avevano scritto "Libertà" nelle strade di Monaco.

sabato 16 giugno 2007

Priscilla Pride


Oggi siamo tutti froci, contro l'intolleranza e l'omofobia.


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mercoledì 13 giugno 2007

Viale del Tremonti vol. 1

Qualche mese fa, visitando come al solito la Biblioteca di Shawshank ho letto che era partito un gioco a sfondo cinematografico sul blog "Qualcuno volò sul nido nel culo": rieditare i titoli dei film giocando con lettere e parole, aggiungendo una mini trama esplicativa.

Questo gioco nacque anni fa da una sfida tra Roberto Benigni, Stefano Bartezzaghi e Umberto Eco, come raccontato nel libro "Sfiga all'OK Corral" ed è sempre divertente.

Impossibile non partecipare all'iniziativa... ma come prevedevo il gioco mi ha preso la mano ed ecco qualche mia rivisitazione che ripropongo qui sul Kino dopo la trionfale tournée su "L'Orizzonte degli Eventi" (ma che sta' a ddi'?)

L'ennesima vittima di un feroce serial killerLa nona morta
Un giovane dentista aspetta il primo clienteIl deserto del tartaro
Cuoco giapponese in vacanzaUn tranquillo week-end di tempura
Le avventure di un micio goloso a NapoliLa sfogliatella e il gatto
Tragedia sfiorata al reattore nucleareLe radiazioni pericolose
Corrado Guzzanti perseguitato da un suo personaggio – L’odio di Lorenzo
Il dietro le quinte di “Amici” di Maria De Filippi - Cantando dietro i paraculi
Caccia al dermatologo scomparsoAlla ricerca di Nevo
Nazisti nascosti in un conventoDossier badessa
Evasione di ladruncoli da RebibbiaFuga di mezzetacche
Le storie parallele di un gruppo di politici in declinoViale del Tremonti
Un party in cantinaGiù la festa
Rocco a Parigi Il favoloso culo di Amélie
Annullata l'autopsiaNon aprite quella morta
Ogni tre pasticche un acido in regaloOmaggio allucinante
Il fascino di Zingaretti conquista anche i gayA qualcuno piace calvo
Partita a scacchi all’infernoL’arroccato del diavolo
In realtà avrebbe vinto KerryC’era una svolta in America
La magica RomaEcco l’impero dei Sensi
Mi piace spennare i polli a pokerBarando con uno sconosciuto
Le imprese di un gruppo di hackersCosì parlò Altavista
Porno acrobaticoLa foresta delle pugnette volanti
Vivo accanto ad una friggitoria cineseIl fetore dalla Cina colpisce ancora
Mi sono licenziataFuga dal capataz
Dramma della miseria, costretti a rubareLadri di cotolette
Donna rimane incinta di un alienoIl figlio verde
Trovato inedito di Steve McQueen girato ad AmsterdamGullitt
Storia di sangue e camorraIl cattivo fetente
Orrore a TorinoNon si sevizia un Chiamparino
L'incredibile storia di un messicano che un pomeriggio perse improvvisamente la vista - Il buio oltre la siesta
L'ultimo successo di Rocco - Good Night, and Good Fuck


domenica 10 giugno 2007

Echi tarantiniani in Casino Royale

Tra le notizie e notiziole legate al film che ha sancito il ritorno trionfale di James Bond sugli schermi c’è quella che a dirigere Casino Royale, in un primo momento, avrebbe dovuto essere Quentin Tarantino. Poi evidentemente non se n’è fatto nulla, anche se io personalmente avrei trovato succulenta l’idea, come tutte le cose impossibili.

Certo avremmo assistito alla totale dissacrazione del compassato agente inglese. Per intenderci, Bond dalla cura Tarantino non si sarebbe ripreso tanto alla svelta da potersi spupazzare Vesper sopra e sotto.
No, non sto dicendo che avrebbe fatto usare il rasoio a Le Chiffre in stile Mr. Blonde, anche Quentin è un uomo, per bacco! Dico solo che se Tarantino avesse avuto per le mani Bond lo avrebbe definitivamente privato di quell’alone di serietà e autocompiacimento che ne hanno fatto un mito. Un Bond che spara più cazzate che colpi di pistola, come Vincent Vega, non sarebbe stato proprio possibile.

Però che peccato, avremmo avuto forse meno azione e inseguimenti ma più violenza efferata e dialoghi surreali. Per esempio, durante la partita a poker qualcuno tra i giocatori avrebbe potuto iniziare una interessante discussione su “Baby One More Time” di Britney Spears e Felix ad un certo punto avrebbe potuto rubare l’agendina di Le Chiffre e dire “chi cazzo è Toby?”
Senza contare che vedere Harvey Keitel nella parte di Mathis, con tutto il rispetto per Giannini, avrebbe fatto venire i brividi. Come avrebbe liquidato lui i corpi… Samuel Jackson sarebbe stato grande nella parte del terrorista africano e se pensiamo a Pam Grier nei panni di M, a Hattori Hanzo in quelli di Q e a Lucy Liu con le lame rotanti nel cameo di “Toby la cinesina”, wow!

Ma è proprio vero che non c’è nulla di Tarantiniano in Casino Royale? Prendiamo la scena della “rianimazione”. Ha un qualcosa di comico che, se si fosse spinta un tantino più in là, avrebbe ricordato la resurrezione di Mia in Pulp Fiction. Certo, Vesper in abito da sera che spara un siringone in pieno muscolo cardiaco a James è un po’ forte, lo ammetto.

Veniamo alla famosa scena della tortura. All’inizio abbiamo un uomo nudo legato ad una sedia, in una specie di garage o capannone. Manca “Stuck in the Middle With You” alla radio, ma tutto ricorda “quella” famosa scena. L’uomo è in totale balia del cattivo, che se è stato capace di far gettare fuori da uno yacht i suoi ospiti è senz’altro uno psicopatico del cazzo.
Dall’altra stanza giungono le grida di Vesper. Cosa le staranno facendo? L’espressione di puro terrore in viso a Bond dice che qui non si scherza, qui c’è da aspettarsi qualcosa di tosto, roba splatter stile Eli Roth.

Poi però il glaciale Mikkelsen se ne esce con un apprezzamento sul fisico da sex bomb di Bond, con la battuta “Che spreco”!” e la scena comincia a cambiare registro. La tensione omoerotica scivola sul surreale quando Bond, nonostante riceva ben cinque colpi che avrebbero steso un toro Miura dopo il secondo, chiede a Le Chiffre di “grattarlo là sotto”.
Quando il torturatore sadico mette mano al rasoio e le cose sembrano volgere veramente alla bassa (in tutti i sensi) macelleria, chi arriva a mettere a posto le cose? Ci sarebbe stato bene Bruce Willis con la katana sguainata ma invece arriva solo Mr. White.
Mr. White, in puro stile “Iene”. Senza contare che nei panni del Mr. Blonde della situazione abbiamo un attore che si chiama Mads… come Michael Madsen. Ma queste sono solo coincidenze. Forse scopriremo che è solo perchè il vero nome di Le Chiffre è Marvin.
Ma che cazzo stavo dicendo?.. Ah si, tirate fuori un dollaro per la mancia.


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domenica 3 giugno 2007

Lara Croft - Tomb Raider

Il mio incontro con Lara Croft fu in occasione dell'uscita del primo gioco.
Carina la bambolina tutta curve da far saltare su e giù dai precipizi appesa alle liane, con delle sparatutto che avrebbero fatto invidia alla Milizia del Montana. Peccato che i miei tentativi di "giocare" con Lara si risolvessero tutti miseramente con la bambolina che cadeva in un fiume e moriva. Dopo aver ricominciato e averla fatta morire altre innumerevoli volte mi ruppi le palle e pensai che non era roba da quarantenni.
Noi vecchi al massimo possiamo giocare utilizzando i cheats in God Mode e scaricarci le nevrosi sparacchiando a destra e a manca ammazzando il più possibile. Feci così con "Doom" e "Blood". Con "Diablo" non barai ma non mi sono mai riavuta dal fatto di essere arrivata all'ultimo livello senza riuscire mai a battere lui, Diablo, appunto. Mortacci!

Tornando a Lara Croft, oggi ho voluto riassaporare il gusto di un bel filmaccio tutto avventura e neuroni disattivati, da cinema parrocchiale di una volta.

Con questo "Lara Croft - Tomb Raider" del 2001 sono partita assolutamente prevenuta, perchè Angelina è una presenza molto ingombrante, tra i canotti e le boe che gli hanno gonfiato a 2.8 per questo film e l'inizio era abbastanza noioso, con il transformer e tutti quei macchinari.
Vabbé, pazientiamo. Saltano fuori i soliti massoni complottardi, gli Illuminati, e un bel tomo giustamente odioso che vuole mettere le mani su un triangolo magico che, ricomposto nei due pezzi originali, darà a chi lo possiede poteri infiniti, ecc. ecc. A Indiana Jones fischiano le orecchie.
Tra un primo triangolo che si trova in Cambogia e l'altro che bisogna recuperare nell'amena Siberia, tra cani da slitta e laghi ghiacciati, botte, Lara che mena come una vera cattiva ragazza e tutto sommato il giusto di effetti speciali, il film risulta invece molto divertente.

Ok, lo confesso, il motivo vero per il quale ho messo su questo film oggi pomeriggio è qui a fianco. Una scena che mette a dura prova i tastini dell'avanti e quello dell'indietro sul dvd player. Che bella invenzione il tastino! Un bel dai e vai virtuale.

Ricompostami nei panni della critica seria, segnalo infine come Angelina possa essere promossa a pieni voti per la parte dell'eroina Lady Croft. Chi se ne frega dei canotti, è un gran bel vedere ed è ironica al punto giusto.
Cameone del babbo vero Jon Voight, imbolsito dagli anni (che peccato, ve lo ricordate giovane giovane in "Conrack"?).
Iain Glen interpreta con la giusta spocchiosa arroganza il cattivo neanche poi tanto tale.
Noah Taylor è il nerd occhialuto (era il giovane Helfgott in "Shine"), che fabbrica tutti i gingilli da combattimento per Lara, un po' il suo Q e Chris Barry è il maggiordomo dal nome femminile, Hillary. Supponiamo che in segreto, mentre Lara è in missione a recuperare cimeli lui si vesta con i completini da lady della padrona che lei gli snobba sempre.
Lui, Daniel Craig, è l'avventuriero Alex che risveglia per un attimo i sensi devitalizzati di Lara. Purtroppo l'eroina è affetta da un Edipo irrisolto grosso come una casa, pensa solo al babbo e sarà per un'altra volta. Che spreco.

venerdì 1 giugno 2007

Che la festa sia con voi - Trent'anni di Star Wars

Dite quello che volete, ma per me Star Wars è Darth Vader (o Fener, come lo tradussero allora, con la mania di storpiare tutto, in italiano).
Il padre perduto, l’angelo del male, il jedi votatosi al lato oscuro della Forza, ha sempre rappresentato per me il motivo principale di interesse per la saga, ideata da George Lucas, che il 25 maggio scorso ha compiuto trent’anni.

Andai a vedere il primo “Guerre Stellari” (ora Episodio IV nell’economia generale della serie) in un cinema di periferia. Avevo appena visto anche “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Spielberg che, con l’astronave madre rutilante di mille luci e colori, mi aveva impressionato più o meno come l’arrivo del treno a La Ciotat aveva colpito i primi spettatori del cinema dei fratelli Lumiére.
Sarà stata l’inadeguatezza tecnica della sala o la preferenza per il film di Spielberg ma allora “Guerre Stellari” mi sembrò più o meno una favoletta anche se arricchita da mirabolanti (per quei tempi) effetti speciali.
L’unica cosa che mi piacque veramente da pazzi era proprio lui, Darth Vader, con quel terrificante respiro da enfisema e la maschera nera che risvegliava in me il trauma infantile di Belfagor. In più era una carogna finita dai poteri misteriori e terribili e si sa che alle ragazze piacciono un sacco i farabutti.

Il resto della saga l’ho visto negli anni seguenti in TV o in DVD. Non ho mai considerato memorabili né il secondo episodio, “L’impero colpisce ancora” né tanto meno “Il ritorno dello Jedi”, con quel disgustoso Jabba the Hut (quando vedo il Betulla un po' me lo ricorda) e quegli stucchevoli orsetti del cappero.
E' vero, non avrei certo gettato alle murene Han Solo, e nemmeno forse Luke, R2D2 era il robottino più simpatico e spaccaballe dai tempi di Robby, ma Darth era Darth. A proposito, guardate un po' qui come si sono tutti ridotti. Un macello. Trent'anni e sentirli, eccome.

Il mio interesse per la saga si è destato nuovamente con i nuovi episodi prequel usciti negli ultimi anni, che promettevano di raccontare tutto l’antefatto e soprattutto la storia di Anakin Skywalker (Darth Vader) che ormai sapevamo essere il padre di Luke e Leia e del quale i nuovi episodi avrebbero rivelato la discesa all’inferno.
Nonostante un po’ troppi bambocci petulanti e una dose abbondante di sentimentalismo nella parte dedicata alla regina Amidala, con le nozze sul lago di Como dove mancava solo Clooney e un pericoloso miscuglio di amore, luna e stelle che avrebbe fatto mettere mano al fucile Bukowski, confesso che sono rimasta veramente colpita ed emozionata da una scena di Episodio III, visto al cinema l'anno scorso.

Dopo il duello all'ultimo sangue con Obi-Wan, Anakin giace orribilmente bruciato e amputato sulla riva di un fiume di lava e viene “ricostruito” e androidizzato, con la maschera che cala per ultima a chiuderlo per sempre nell’armatura nero metal-latex e il respiro diventa quello inconfondibile di Darth Vader. E’ una favola, lo so, ma è da brividi.
La fine dell’episodio poi, con l’apparizione della Morte Nera, si riagganciava perfettamente a quel film che avevo visto nel lontano 1978, con il quadro che ogni tanto se ne andava, tra il “buu-buu” dei ragazzini impazienti e il pavimento ricoperto di cartacce, stecchi di “moretto” e sacchetti di patatine.
Il ciclo era chiuso ed era valsa la pena di aspettare trent’anni per conoscerne il mistero.

mercoledì 30 maggio 2007

Brokeback Mountain - Casalinghi disperati

Quanti secoli dovranno ancora passare perchè in un film hollywoodiano si possa vedere una coppia gay che vive la sua condizione senza rodimenti, lacrime e tragedia finale e dove l'amore trionfa veramente?

Esiste un bellissimo documentario intitolato "Lo schermo velato", dove vengono intervistati autori, attori e registi che raccontano come Hollywood ha trattato il tema dell'omosessualità dagli esordi ai giorni nostri. Ne consiglio vivamente la visione, per capire come in fondo anche "Brokeback Mountain" non si discosti molto dal solito clichè sui gay nel cinema commerciale. Un film che ha avuto molto successo ma che, molto ambiguamente, non fa che contribuire a perpetrare una visione dell'omosessualità come sofferenza, espiazione, martirio.

Due uomini, due rudi cowboy, si trovano da soli su un monte a badare ad un branco di pecore. Prima fanno i duri e puri e poi che succede? Colpa dell'isolamento.
Per di più la situazione è delle più disgraziate. Uno dei due, dal nome assurdo di Ennis Del Mar è gay soltanto a part-time e di quelli che dopo essersi serviti abbondantemente si fanno venire la nausea quando gli portano il conto. E' evidente che l'altro, Jack Twist, il vero eroe della storia, quello totalmente gay e innamorato, sarà destinato a soffrire tutta la vita. Non a caso noi donne ci identifichiamo in lui dal primo istante.

Finita la stagione del pascolo i due si salutano e adios, non prima che Ennis abbia raccomandato all'amico di non raccontare a nessuno quello che è successo tra le fresche frasche, non si sa mai.
Tornato all'ovile, è proprio il caso di dirlo, Ennis si sposa una sciacquetta che in tre secondi netti gli scodella due marmocchie petulanti.
Dal canto suo a Jack va un tantino meglio. Almeno la sua altrettanto insulsa moglie è ricca, o meglio lo è il suocero.
Un giorno Jack si rifà vivo con Ennis e sono di nuovo dolci baci e languide carezze sotto il portico, con la mogliettina che occhieggia basita dalla finestra. Da quel momento i due, con la scusa di andare a pescare, si incontreranno periodicamente sulla montagna galeotta. Per vent'anni.
Tra divorzi, mamme che imbiancano e figli che crescono e nonostante abbia provato a rifarsi una vita con un altro casalingo disperato, il cuore di Jack è rimasto con Ennis a Brokeback Mountain. Ad ogni incontro ogni offerta di Jack di sfidare le convenzioni e andare a vivere insieme viene rifiutata dall'uomo tutto di un pezzo, che non vuole che il paese mormori ma preferisce vivere nell'ipocrisia del "toccami Cecco, mamma Cecco mi tocca". Anzi, affinchè suocera intenda, racconta di quando, da piccolo, assistette allo scempio di un gay del luogo, ucciso dai veri maschi del luogo con modalità efferate.

Come da manuale, non può mancare il finale tragico, i rimorsi tardivi, lacrime da coccodrillo e la camicia dell'amato che diventa la reliquia dell'amore impossibile, pateticamente appesa sulla gruccetta di fil di ferro.

Il film è piuttosto lento, noiosetto perchè scontato, senza momenti di vero grande cinema ma con molto National Geographic e Marlboro Man e con una sceneggiatura dai dialoghi a volte involontariamente ridicoli.
Dei due interpreti, calerei un velo pietoso su Heath Ledger, che ha l'espressività di un trumeau del '700. Sempre sulle spine, da un lato recita bene il ruolo del gay per forza ma, che cappero, un pò più di anima non avrebbe guastato. Jake Gyllenhaal invece è perfetto, caruccio e appassionato allo stesso tempo, anche se non arriva alle vette dell'indimenticato River Phoenix di "Belli e Dannati" che ancora oggi, nella scena della dichiarazione a Keanu davanti al fuoco, dà i brividi. Altri interpreti non pervenuti.

Io avrei avuto più coraggio di Ang Lee, avrei fatto una cosa tipo Thelma e Louise, con Ennis e Jack che lasciano le rispettive allucinanti mogli con un "hasta la vista baby" e scappano lontano andando a spassarsela allegramente non solo in montagna ma anche al mare, in campagna e in città. Che passando dalla Spagna si sposano, invecchiano felici e muoiono uno nelle braccia dell'altro.